28 Aprile, 2008 09:51
Birra
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Primo sorso. Un gusto forte. Cerchi di seguire gli effluvi che fanno la loro comparsa scomparendo un attimo dopo per far spazio a un altro sapore, che a sua volta svanisce.
Secondo sorso. I caratteri effimeri si affievoliscono sempre più rapidamente, il gusto prende corpo, sempre più pieno. Ti sembra di riconoscere i sapori che altri hanno individuato per te, quelli che erano scritti nella descrizione sul menu.
Terzo sorso. Ogni sorsata è un piacere. Ora nulla stona più, riconosci distintamente che ciò che prima non sapevi decifrare è effettivamente aroma di caffè tostato, che si sentono erbe secche nell'abbocco. Che quello che ti resta in bocca è sapore di lievito, che un tempo ha creato questo capolavoro, ma ora giace inerme.
Quarto sorso. Quinto sorso. Sesto sorso...
Ultimo sorso. Vuoti il boccale. La soddisfazione è totale. Nell'assaporarlo, ti pare di scorgere un sapore nuovo, mai sentito prima, stonato... anche lui sparisce. Ultima traccia ne è la schiuma che ti rimane sui baffi. Ma il dorso della mano è rapido a rimuoverla.
g.
26 Aprile, 2008 11:08
...gode!
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24 Aprile, 2008 17:33
Che cos’è la sinistra italiana oggi?
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Iniziamo a guardare alla composizione dell’ultimo governo definito “di sinistra”: Per quanto riguarda l’economia Prodi, D’Alema, Veltroni rappresentavano scelte liberiste; Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani il contrario. Anche La Rosa del Pugno era liberista, i Verdi no, Mastella e Di Pietro non si sa esattamente (parlo di sinistra intendendo l’ultimo governo Prodi, ma molte persone che si qualificano di sinistra non lo definiscono come tale. Lo appella così invece Berlusconi, che quasi mai vi aggiunge “centro”, troppo lusinghiero dal suo punto di vista, quando non parla genericamente di comunisti).
Quanto al campo dei diritti civili, una parte della Margherita, insieme a Mastella, era avversa a PACS et cetera, contro tutti gli altri che erano invece a favore dell’allargamento dei diritti civili alle coppie di fatto. I DS, dal canto loro, cercavano la quadratura del cerchio: nonostante la parte a favore di un allargamento dei diritti civili apparisse sulla carta maggioritaria, le leggi da essa auspicate non hanno avuto esito.
Su temi quali sicurezza e immigrazione pareva non ci fossero grossi contrasti (Mastella raccoglieva voti dove il fenomeno migratorio è meno sentito), ma la caduta della legislatura ha bloccato la riforma della Bossi-Fini. A livello locale però, le linee seguite da Sindaci come Cofferati a Bologna o Domenici a Firenze mostrano anche qui un quadro variegato.
Per non dire delle scelte di politica internazionale, dove si andava dal D’Alema della guerra in Kosovo ai manifestanti a Vicenza.
In generale, accanto ad identità partitiche forti (Rifondazione) vi erano quelle settoriali (Verdi), personalistiche (Mastella, Di Pietro); vi erano poi partiti con un’identità divisa, perché inglobavano diverse tradizioni, come la Rosa Nel pugno e l’Unione. Quest’ultima, pur in continuo sviluppo, avendo cambiato quattro volte in quindici anni forma e nome, per arrivare oggi ad essere un americanizzato Partito Democratico, e pur tendendo sempre progressivamente verso al centro più per necessità che per scelta; quest’ultima è riuscita ad essere il secondo partito italiano per grandezza senza mai essere realmente protagonista al governo: i due governi di centro sinistra della seconda repubblica hanno sempre visto i partiti maggioritari in balia di quelli minoritari.
Chiunque abbia votato per le coalizioni di centrosinistra negli ultimi anni, non ha sentito il governo a cui aveva dato il voto come suo: né chi ha votato per i “piccoli” (da Rifondazione a Mastella), né chi ha votato per i “grandi”.
Ma dal ’94 il centrosinistra rappresenta in sostanza l’eredità del vecchio “arco costituzionale” (in questo senso ciò che unisce la destra è l’estraneità, se non l’avversione, ad esso: An per tradizione, Lega e FI perché salirono alla ribalta in funzione del disfacimento di quei partiti storici).
Ciò ha fatto sì che le cariche istituzionali (la presidenza della Repubblica e i funzionari dello Stato, per esempio una fetta importante della magistratura) siano state nella seconda repubblica suo appannaggio: è un fatto che i senatori a vita, in gran parte ex-capi di stato, abbiano tenuto in vita a lungo il secondo governo Prodi.
Così la sinistra rappresenta la tradizione primo-repubblicana e le alte istituzioni da una parte, il “movimento” dall’altra. Accademici settantenni e centri sociali, sindacati e industriali, logiche clientelari e associazionismo. Nostalgici di Berlinguer e di Craxi nella stessa formazione.
Quindi, che cos’è la sinistra oggi? Una prima risposta, salvo miracoli, attualmente è: nostalgia.
Nostalgia di un epoca che va dalla pubblicazione del Manifesto del partito comunista di Marx nel 1848 alle lotte sandiniste, da Turati a Berlinguer, da Mao a Renato Curcio, da Rosa Luxemborg ad Arafat. Dal Enrique Lister alla Teologia della liberazione. Nostalgia per la cultura militante, per il movimentismo e per l’internazionalismo, per Orwell come per Malcom X. Nostalgia per la lotta sociale, dall’occupazione delle fabbriche all’autunno caldo, e di una politica che si presentava come diretta emanazione di quella.
L’impressione è che dalla Bolognina la classe politica di sinistra abbia sempre più seguito come modello il liberal americano o il labour inglese, mentre il suo “popolo” ha conservato le istanze e i desideri di quella tradizione variegata e composita che, ben lungi da risolversi tutta nel marxismo, ha avuto il minimo comune denominatore nella definizione di antifascista.
Questa tradizione, però, ha fallito, quantomeno come prospettiva politico-economica. Il marxismo (o meglio, i fenomeni politici che tali si dichiaravano) che nella storia situava il suo banco di prova, proprio su questo banco ha fallito.
E, falliti i presupposti storici del marxismo, è scomparso l’orizzonte rivoluzionario. La sinistra italiana non aveva mai mancato di presupporre un fine nel proprio operato che non fosse rivoluzionario. Ci si divideva fra riformisti e rivoluzionari, certo, ma anche i riformisti avevano in mente una rivoluzione (nel senso di cambiamento radicale del sistema economico – politico): tutti volevano giungere alla società socialista. Turati come Ferri, Togliatti come Nenni; Gobetti come Gramsci e Ingrao come Ghisleri.
Già Saragat e in seguito Craxi, cambiarono parere, infine fu costretto a farlo anche il Partito Comunista Italiano, che divenne socialdemocratico quando ormai la socialdemocrazia era già in crisi in Europa.
La sinistra italiana dopo l’89 ha dovuto cercare un modello storico alla quale rifarsi. E questo modello lo ha dovuto cercare all’estero, sgretolatasi la tradizione comunista e rivoluzionaria che ha caratterizzato tutta la sua storia, con poche e minoritarie eccezioni.
E’ sintomatico di questa mancanza di un modello condiviso la scelta di Veltroni di rifarsi all’americano Obama in campagna elettorale, mentre la costituente del nuovo partito si accapigliava se inserire o meno Berlinguer, Craxi e Moro nel “Pantheon” della nuova formazione politica.
In mancanza di questo “Pantheon” condiviso, la soluzione – forse l’unica possibile – è stata importare dall’estero.
Né, a ben vedere, si è comportata diversamente la Sinistra Arcobaleno, i cui modelli storico-politici, più che alla storia della sinistra italiana, si sono rifatti alla nonviolenza ghandiana, a Zapatero e alle nuove figure carismatiche che sono sorte negli ultimi anni in America Latina.
Ciò che manca al PD, sia chiaro, è un modello per mobilitare il consenso elettorale, perché una classe dirigente da proporre al paese - che sia “policamente corretta”, e quindi liberista liberale e europeista – l’avrebbe già, da Padoa-Schioppa a Monti, da D’Alema a Montezemolo.
Dunque a domanda: “ che cos’è la sinistra?” la risposta “ è nostalgia” è giusta. Manca alla sinistra un sogno comune. Un modello condiviso.
Stefano
24 Aprile, 2008 15:09
(alici nel paese delle meraviglie)
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Andavano al mercato, lui e la mamma in un mantello giallo e appiccicoso. Era freddo e stava per mettersi a piovere. La mamma aveva quel sacco con le ruote, se lo tirava dietro e faceva un rumore strano e allegro saltellando tra le buche. C'era una signora con la faccia come di terra spaccata che gli parlava, ma lui ancora non sapeva quello che dicesse. E dei bambini che piangevano, più grandi di lui. Ma sapeva che i bambini piangono per niente.
La gente portava un sacco e chi due, e dovevano essere pesantissimi visto come faticavano a sollevarli da terra. C’erano troppi odori nell’aria e non si riuscivano a distinguere. Uno ricordava l’odore del pozzo, poi passando davanti ad un negozio un altro odore gli faceva venire in mente la vernice delle baracche del suo villaggio, ma più forti c’erano odori di cibo, di frutta, di carne. Il mercato era come guardare un nido di formiche colorate. Un uomo chiamava le Anciue! Belle freschesignore Aanciue!, come se chiamasse chissà quali spiriti nascosti. E intanto si avvicinavano affrettando il passo perché cadevano le prime gocce. Quando l'uomo apparve era basso, coi baffi e agitava le braccia sopra i pesci più grossi e strani che si possano immaginare e mucchi scintillanti di minuscoli pesci argentei e mostri poi, flosci e informi, o duri, rosa, indescrivibili. E intorno altri nascondigli: c’erano tavoli e tavoli di frutta, montagne di ortaggi verdi e viola e arancio e intere carcasse appese dietro le vetrine e negozi, negozi e tavoli li avevano stretti tutto intorno. Tutti prendevano quello che volevano. Per un attimo aveva dimenticato tutto, nella pioggia – e la sua mamma gialla che sorridendo gli diceva: tu da qui non te ne andrai.
CRC
24 Aprile, 2008 09:47
Burqa
Inviato da anarcosurr, Categorie [ Les fleurs de l'abîme ][ (0) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Come fai a guardare il mondo da dietro quel velo
donna?
credo sia sempre nero
il cielo
da dietro il velo
donna.
non si respira con quel coso addosso
che non ci sono parole a descriverlo degnamente
non si può.
una ragazza alla biblioteca di Alessandria mi tocca i capelli
la guardo e mi impaccia perché non posso vederla
ha il Burqa
la lascio fare
le chiedo se è libera o obbligata
lei alza il drappo, mi punta gli occhi addosso, neri
e risponde:
Sono afgana
Chiara
24 Aprile, 2008 09:46
Senza titolo
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Mentre entravo nell’appartamento vuoto con te
Ho guardato subito l’altezza delle porte
Mentre ti sentivo parlare di spese condominiali e bagni da rifare
Ho guardato subito se c’era una seconda camera da letto
Mentre ci guardavi con l’aria professionale dell’agente immobiliare
Pensavo a noi in quella casa.
Mi vedevo signora con le buste della spesa e i figli da prendere a scuola
Mi sentivo libera.
Mi pensavo signora borghese con figli e marito
Sono rabbrividita
Ho cercato fin’ora di passare alla storia
Fare qualcosa di grande, restare in memoria
Ora mi chiedo per chi? Per che cosa?
Mentre mi vedevo prepararti la cena
Il mondo è diventato perfetto
Mentre mi vedevo vestire nostro figlio
Mi sentivo serena
Ho cercato fin’ora di passare alla storia
Oggi a essere tua
Ci metterei la firma
Chiara
22 Aprile, 2008 11:32
Software Libero non è open source
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Non è facile mantenere saldi i propri principi in una società dominata dall'egoismo, dall'arrivismo e dall'utile a tutti i costi. A maggior ragione, non è facile mantenere questi principi quando si frequenta tutti i giorni un'università che, in maniera neanche troppo velata, mira a trasformare l'individuo in uno squalo, in una persona che persegua il business come fine ultimo della propria esistenza.
Sono uno studente di ingegneria informatica. Non so ancora se e in quale parte questa società riuscirà a piegarmi ai suoi principi. Quello che è certo è che, anche all'interno di uno spazio accademico, le mie idee non hanno vita facile come si potrebbe pensare.
Mi definisco sostenitore del software libero, così come sono sostenitore della libertà in altri campi.
Nel corso di fugaci rapporti con il mondo del lavoro, così come nelle ingerenze che questo ha avuto con l'università, mi sono dovuto confrontare con varie tipologie di personaggi. Da coloro che trattano il software libero come un giocattolo, denigrandolo, nascondendosi dietro a programmi proprietari costosissimi che spesso fanno da paravento a una loro neanche troppo ben celata incompetenza, a coloro che accettano il software open source, con i dovuti distinguo, laddove e soltanto nei casi in cui sia migliore di quello proprietario.
Tra gli studenti la situazione non è molto diversa. Al di là di quelli che, insicuri per natura, acquistano sicurezza schierandosi con le multinazionali e godono per ogni loro vittoria, la categoria che è maggioritaria è quella che usa software open source perchè funziona bene e permette di imparare di più, salvo poi tornare di corsa al software proprietario nei campi in cui questo offra ancora maggiori possibilità.
Notate come, a nessuna di queste persone, abbia messo in bocca le parole "software libero".
Perchè, certamente, l'open source e il software libero sono due filosofie che vanno di pari passo per molti aspetti. Entrambe combattono una "guerra" contro il software proprietario. Entrambe professano una maggiore apertura del codice. I presupposti che stanno alla base delle due, però, sono totalmente diversi. Il free software predica la libertà dell'utente, libertà che nessuno può limitare. L'open source accetta anche un approccio più liberale (termine scelto non a caso). Chi lo sostiene è convinto che il modello di sviluppo aperto sia migliore degli altri, e lo adotta per motivi puramente utilitaristici.
Fin qui nulla di male, entrambi cooperano all'apertura dei codici sorgenti, e nessuno dei due fa male all'altro. La chiave di lettura da applicare ai due movimenti, però, è un'altra, almeno a mio avviso.
A tal fine è utile la lettura del seguente articolo di articolo di Richard Stallman.
Cito dall'articolo:
Parlare di libertà, di problemi etici, di responsabilità così come di convenienza è chiedere di pensare a cose che potrebbero essere ignorate. Questo può causare imbarazzo ed alcune persone possono rifiutare l'idea di farlo.
L'open source è una definizione coniata per rendersi più appetibili alle aziende, che, così pare, non vedono di buon occhio la parola libertà, a differenza di un noto statista e imprenditore italiano. Parlare di libertà, potrebbe mettere a disagio aziende che con essa non hanno nulla a che fare, ma che, senza dubbio, avrebbero un grande ritorno d'immagine da un modello "open source"...
Queste aziende cercano attivamente di portare il pubblico a considerare senza distinzione tutte le loro attività. Vogliono che noi consideriamo il loro software non libero come se fosse un vero contributo, anche se non lo è. Si presentano come "aziende open source" sperando che la cosa ci interessi, che le renda attraenti ai nostri occhi e che ci porti ad accettarle. Questa pratica di manipolazione non sarebbe meno pericolosa se fatta utilizzando il termine "software libero". Ma le aziende non sembrano utilizzare il termine "software libero" in questo modo. Probabilmente la sua associazione con l'idealismo lo rende non adatto allo scopo. Il termine "open source" ha così aperto tutte le porte.
L'open source è, insomma, un volto più amichevole verso la new economy, una definizione che non costringa, ogni volta che viene pronunciata, a domandarsi se, in effetti, ciò che si sta facendo sia etico.
Una definizione che, essendo priva di spunti etici, permetta agli utenti in qualsiasi momento, e senza alcuna remora, di tornare al software proprietario, qualora questo sia più adatto alle proprie esigenze. Rendendo ricche le aziende che hanno fatto di quest'apertura uno specchietto per le allodole.
E' senza dubbio una cosa positiva che tante persone usino i programmi liberi, per studio o per lavoro. Ma il movimento del software libero è nato con precisi intenti etici e con lo scopo di garantire la libertà dell'utente. E questo, spesso colpevolmente, è un aspetto trascurato, non solo da chi avrebbe tutti i motivi per farlo, ma anche dagli utenti, che di questa libertà sono i principali beneficiari.
g.
21 Aprile, 2008 21:08
La terra dell'abbondanza
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« La terra dell’abbondanza »
regia di W. Wenders, USA 2004
Los Angeles, settembre 2003.
Ieri il Vietnam, oggi la guerra al terrorismo.
Ieri giovani come carne da macello, oggi…anche. E non solo.
Lo sguardo indagatore di uno di quei tanti giovani sopravvissuti allo sperimentato risiko di pochi, oggi si aggira per le strade americane cercando, scovando ad ogni angolo il “male”, la “minaccia” dentro lo sguardo di chi, innocente, cerca invece di sopravvivere in quella che pensava la terra delle opportunità, la “Terra dell’abbondanza” e che, al contrario, gli offre solo asfalto freddo e una pallottola al petto.
Ieri giovani che alzavano il proprio grido di dissenso alla morte, alla distruzione della guerra, oggi una giovane donna, figlia di chi ha preferito offrire la propria solidarietà alle vittime del potere e dell’odio sparse per il mondo.
Continuo, l’inno americano fa da colonna sonora all’altra faccia dell’America;
agli incubi di guerra;
ai volti infreddoliti avvolti nei cartoni;
alle code per un pasto caldo;
Il coraggio spettatore di una ragazza, scorre i destini, apparentemente così differenti ma infondo così simili, di chi si trascina i traumi di un passato che non lo abbandona dentro una vita sempre uguale e di chi cerca di sopravvivere nell’oggi alla barbarie della cosiddetta civiltà.
Venture simili perché costrette a vivere la medesima realtà che però separa, inimica, nasconde, al fine di continuare il proprio sporco gioco fondato sulla demonizzazione dell’altro che diventa il nemico, oscurando così il vero colpevole, il quale non si ritrova certo in chi è costretto a vivere la stessa identica nera esistenza.
Intreccio che sa scovare il profondo della realtà americana di oggi senza dimenticare di tendere lo sguardo “al di fuori”.
Colonna sonora che sa cullare in modo armonioso lo svolgimento.
Inoltre alcuni “piccoli” ma notevoli richiami simbolici e un risaltante intreccio di luci e colori.
Lisa
20 Aprile, 2008 19:39
Di sconfitta in sconfitta...
Inviato da anarcosurr, Categorie [ La Sortie de l'école ][ (4) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Mi si dice che da anni, nel mondo dei liberi, i pentiti di vario tipo della lotta armata premiati dallo Stato (dai delatori ai semplici abiuranti) amano ripetere a tutti: “Meno male che abbiamo perso.”
Vincenzo Guagliardo, membro delle BR e attualmente detenuto, sottoscrive, ma facendo suo in quelle parole un significato più sottile, appartenente ad una precisa impostazione di pensiero:
[...] chi è per il cambiamento, ovvero si ritiene “rivoluzionario”, dovrà sempre riconoscere di non aver mai raggiunto la perfezione, e perciò dovrà accettare la verità che si vada sempre avanti da un errore all'altro.
Di sconfitta in sconfitta. Il primo punto della riflessione di Guagliardo, che investe direttamente anche la sua nuova posizione rispetto alla militanza nelle BR, è dunque una demistificazione dell'ideologia. Per ideologia, ricordiamo, si intende “il complesso sistematico di concetti o principi posti alla base di un atteggiamento politico o culturale”. Tale sistema tende a costituirsi come unico ed esclusivo e a porsi in conflitto (a vari livelli, compreso il conflitto violento), con ogni altro sistema. Così come le varie ideologie fatte proprie dalle istituzioni non ammettono la convivenza con ideologie contrastanti e reagiscono in modo repressivo, queste stesse ideologie opposte e rivoluzionarie, nella misura in cui la loro impostazione è appunto ideologica, non potranno che ricostruire un ambiente repressivo. “Il riconoscimento della sconfitta”, ovvero la rinuncia alla pretesa di avere con sé ogni verità (o ogni eresia), “è base necessaria del mutamento”.
In questo modo Guagliardo individua un difetto costitutivo nel metodo stesso della rivolta al sistema, finora fondata su quello che lui chiama “rito del capro espiatorio”, che è lo stesso principio fondamentale delle strutture di potere. Quando un gruppo decide di ricorrere alla violenza Guagliardo si chiede “sono persone nuove, o no?”. Intendono e sono in grado effettivamente di creare qualcosa di diverso da quello contro cui combattono, oppure sono condannati per volontà o ignoranza a riprodurre e perpetuare proprio quello che vorrebbero distruggere?
Fascisti e nazisti e – seppure in modo diverso – alcuni filoni anarchici individualisti, hanno creduto di poter rispondere affermativamente a questa domanda. Hanno ravvisato una funzione catartica nella violenza reattiva, creatrice perciò di relazioni umane e solidali di fronte al pericolo, espressioni di un uomo nuovo.
Anche le Brigate Rosse, scrive Guagliardo, accettando “di non poter essere l'Uomo nuovo che costruiva la nuova società”, ma soltanto una organizzazione di lotta armata all'interno del vecchio mondo, implicitamente e senza rendersene conto adottavano “non solo una tattica ma l'intero modo di pensare di quella cultura i cui frutti contestavamo”. La lotta, rivoluzionaria o di semplice contestazione, se è combattuta sullo stesso piano delle forze contro cui si confronta (che è prima di tutto un piano violento e repressivo) non solo non è efficace, ma anzi si configura come un elemento favorevole alla reazione. Cita Emilio Lusso, in Teoria dell'insurrezione (Milano 1969):
Nessuno può condannare chi, in un momento di oppressione politica, si renda giustizia da sé. Ma il terrorismo politico organizzato è una deviazione della lotta politica. Esso ne costituisce la forma primitiva, lo stadio inferiore. [...] Un movimento rivoluzionario deve rinunciare ad ogni azione terroristica.
L'aderenza alle logiche delle strutture di potere non si limita solo al ricorso alla lotta armata (nella quale il potere avrà necessariamente la meglio), ma arriva a chiudere completamente ogni possibilità di pensiero critico: “che peso può avere, in un'organizzazione che combatte, il dubbio, oppure il pensiero problematico? Questa esigenza può solo autoreprimersi o essere emarginata.” E in questo modo ogni potenziale rivoluzionario è sostanzialmente soffocato. Oppio non è solo la religione, ma “ogni -ismo”, ogni ideologia.
Ciononostante, organizzazioni ideologiche, tra le quali le BR, riscuotono non poca “simpatia”. Come Robin Hood:
Robin Hood viene facilmente applaudito perché è evidente che non sei chiamato a fare come lui ma è lui che fa per te. Tu non puoi seguirlo giacché la sua pratica richiede capacità, disponibilità e mancanza di legami che tu, popolano, non ti puoi permettere... Ma allora cos'è che in realtà ti dà Robin Hood? Ben poco, se si va a vedere: forse solo la soddisfazione del sentimento di vendetta, ossia un'emozione elementare che rischia di fermarsi al risentimento contro i potenti.
Questo esmpio mette in luce la passività della partecipazione delle masse ai fenomeni ideologici, siano essi rivoluzionari, come in questo caso, o reazionari. Una passività molto pericolosa, qualcosa di più di quello “stare alla finestra” che il rivoluzionato armato scarta per scegliere la via della violenza.
L'azione armata, con la sua selettività, oscura questo aspetto tipico della moderna società atomizzata in tutti i suoi rapporti sociali: assolve, verso il basso, ognuno dalla sua micro-responsabilità di servo volontario facendo così scomparire la visione del più grande tiranno mai esistito.
Avendo esaminato come il ricorso alla lotta armata quale metodo rivoluzionario conduca ad esiti di fatto reazionari, non per questo possono essere giustificati atteggiamenti passivi e acritici come il semplice “stare alla finestra” o la partecipazione convinta alla gestione democratica del potere: Guagliardo ci ricorda che “il non violento è tale solo quando rischia più del violento”.
Carlo R. Comanducci
Di sconfitta in sconfitta, Vincenzo Guagliardo, La Grafica Nuova, Torino 2002
20 Aprile, 2008 19:33
(Im)probabile sogno
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(Im) probabile sogno
Nuotavo in uno specchio
come fossi argento strano
liquefatto da uno scherzo
o da una stanca mano:
richiesta d’aiuto
per un domani vecchio
con la consapevolezza
di non arrivar lontano.
Jack Conti
"(Im)probabile sogno" è una fantasia basata su scampoli di sogno, un modo per giocare con la parole.
20 Aprile, 2008 19:26
Quasi come un haiku
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Quasi come un haiku
Intuendo
una luce
mi spengo.
Jack Conti
"Quasi come un haiku" è una parodia dell'haiku come
moda importata e maldigerita: tre parole disposte "artisticamente" con una
conclusione beffarda.
20 Aprile, 2008 16:56
a poem
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The pennycandistore beyond the El
Is where I first
fell in love
with unreality
Jellybeans glowed in the semi-gloom
of that september afternoon
A cat upon the counter moved among
The licorice sticks
And tootsie rolls
and Oh Boy Gum
Outside the leaves were falling as they died
A wind had blown away the sun
A girl ran in
Her hair was rainy
Her breasts were breathless in the little room
Outside the leaves were falling
and they cried
Too soon! too soon!
LAWRENCE FERLINGHETTI
NINA
20 Aprile, 2008 13:06
Orgoglio e gloria del Web 2.0
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E' vero però anche il contrario. Come Lovink ci ricorda, per una certa categoria di hacker e attivisti (o hacktivisti, per usare un neologismo un po' abusato), tra cui, in parte, mi riconosco, "i milioni di utenti normali semplicemente non esistono: così, lo scontro su Internet è ritratto come una lotta eroica tra gli hacker e le forze di sicurezza. Le masse di utenti non sono nemmeno prese in considerazione come pubblico". Questa frase va a colpire non troppo lontano dal centro del bersaglio, secondo me. Troppo spesso gli utenti esperti e "coscienti" si perdono in discussioni sui massimi sistemi, scatenano guerre di religione su questioni tutto sommato futili o, talvolta, si ritirano in isole felici, come la piattaforma su cui questo blog è ospitato, ignorando ciò che avviene all'esterno. Forse si otterrebbero risultati più efficaci se si impiegassero le forze a rendere più gente possibile cosciente delle trappole che si nascondono dietro al Web 2.0, anzichè lottare contro i giganti.
Diamo allora un'occhiata a cosa fa la gente con la rete, allontanandoci per un po' dai siti a noi cari, da autistici/inventati, dalla rete tor, da wikipedia.
Cosa ama fare la gente sulla rete nel 2008? Non imparare, non condividere la propria conoscenza, ma farsi vedere. Si aprono blog in cui si mette in mostra la propria vita privata, si creano reti sociali, si condividono gusti e interessi. In questo mondo, una pagina senza commenti (come riecheggia il titolo del libro) è come se non esistesse. Ciò che la gente ha da dire perde di importanza, ciò che conta è quello che gli altri pensano di ciò che viene scritto. Ed ecco nascere immensi social network, che contengono non si sa bene cosa.
Non ho mai bazzicato MySpace, non frequento nessuno che lo usi. Al momento di scrivere quest'articolo, ho deciso di andare a dare un'occhiata... Dalla home page si accede a decine e decine di blog, ma visitandoli sembra che non abbiano nulla da dire a un visitatore... "Io sono tizia, questi sono i miei interessi, questi sono i miei amici..." Come possono pagine del genere interessare a una persona che non ti conosce? L'arcano è presto svelato: non sono informazioni che debbano interessare alle persone, ma ai signori a cui MySpace le venderà a caro prezzo... sì, perchè dietro all'ingenuità e alla vacuità di molti c'è chi intasca milioni di dollari... Ma, come dicevo, questo pare non interessare quasi a nessuno.
Vedo che molti gruppi musicali giovanili mettono i propri brani su MySpace, e mi domando: come sarà gestito il copyright? Mi vado a leggere l'accordo di licenza del sito. "L'Iscritto mantiene ogni eventuale diritto sui propri Contenuti pubblicati sui Servizi MySpace". Perfetto, quindi se un brano è mio continua ad esserlo... ma i contratti vanno letti fino in fondo... "l'Utente concede a MySpace una licenza limitata per l'uso, la modifica, la rimozione, l'ampliamento, l'esecuzione o esposizione pubblica, la riproduzione e la distribuzione di detti Contenuti esclusivamente su o tramite i Servizi MySpace, compresa - a titolo esemplificativo e non limitativo - la diffusione parziale o totale del sito MySpace su qualunque supporto o formato e tramite qualunque canale mediatico". Come può la gente accettare una cosa simile? L'ho chiesto a un ragazzo che suona in uno dei detti gruppi. Mi ha risposto "Non so, è gratis. Ed è un modo di farsi vedere". E quanti sono coloro che sono disposti a regalare tanti diritti in cambio della gratuità di un servizio? 182'911'321. Sconcertante.
Ma torniamo al saggio. Lovink si scaglia apertamente contro la gratuità, in più di un punto. Ma vi si scaglia con un intento sbagliato a mio avviso. Egli contesta il fatto che non venga mai messo in discussione il modello economico che sta dietro al web 2.0: milioni di utenti felici e pochi che intascano tutti i soldi. Vedrebbe di buon occhio la fine dell'ideologia del free (parole sue) e la sua trasformazione in un modello economico sostenibile, che premi i dilettanti che pubblicano contenuti aiutandoli a diventare professionisti. Ora, questa secondo me è un'ottica del tutto sbagliata. Ciò che è in gioco non è il guadagno da parte dei blogger, ma la loro libertà, e la libertà delle informazioni che essi pubblicano. Nessuno garantisce che le informazioni che dette aziende hanno su di me non saranno usate contro di me prima o poi, così come nessuno garantisce che i contenuti che produco non saranno usati per fini che non approvo. O peggio, che fine farebbero i contenuti ritenuti "scomodi" da chi gentilmente mi ospita? La gratuità è un problema secondario, a mio avviso. Certo, se uno volesse guadagnarsi da vivere tenendo un blog, al giorno d'oggi incorrerebbe in numerose difficoltà. Ma reputo assai più importante che egli possa scrivere ciò che desidera, e decidere se e come distribuirlo, anche senza vedere un euro.
La parte in cui le mancanze si fanno più sentire, però, è quella in cui Lovink parla dell'Internet post-11 settembre, "condizione di libertà ma anche un rifugio per opinioni imbarazzanti", sostenendo che la svolta a destra della società sia in parte acuita dalla "struttura libertaria della rete". Ora, questo può anche essere vero, ma se la rete è libera e noi desideriamo che continui a esserlo è anche per poter esprimere liberamente le nostre opinioni, senza paura di censure. Questo ha l'effetto collaterale di dare questa facoltà anche a chi la pensa in maniera opposta a noi, ma è un compromesso che, personalmente, sono disposto ad accettare.
Prima di pensare a un modello economico sostenibile per il web 2.0, sarebbe bene garantire che le libertà di cui godiamo e per cui faticosamente lottiamo non corrano alcun pericolo. E la strada, per questo, temo sia lunga.
19 Aprile, 2008 00:09
Sottotitoli italiani all'ultimo film di Kusturica, Zavet - Promets moi
Inviato da anarcosurr, Categorie [ L'age d'or ][ (0) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
L'ultimo film di Emir Kusturica, presentato a Cannes lo scorso anno, per ora non esce in Italia perché non ha trovato un distibutore. Si può capire la scelta, visto il suo genere di umorismo: eccessivo, "balcanico" e irriverente - con qualche colpo alla chiesa, all'Unione Europea e all'ipocrisia democratica in generale. Nelle sale italiane non riscuoterebbe lo stesso successo che ha riscosso in Francia, complice una diversa cultura cinematografica. Il tono generale del film è piuttosto demenziale, ma non mancano alcuni momenti sottili. I temi sono i soliti del Kusturica divertente da Ti ricordi di Dolly Bell in avanti.
E' presente nel web, reperibile tramite i consueti canali, la versione originale in serbo (ZavetDVDRip.avi). Qui sotto trovate la traduzione italiana degli sgangherati sottotitoli inglesi fatti da Rizlafabrika. Mi sono preso qualche libertà di traduzione dove il testo inglese non era corretto e comprensibile. Mettete il file di sottotitoli nella stessa cartella o CD del file .avi e fa tutto da solo.
Buona visione!
CRC
Aggiungo il link ad un articolo che riporta stralci di un'intervista a Emir Kusturica alla mostra del cinema di Venezia.
http://www.repubblica.it/trovacinema/detail_articolo.jsp?idContent=326200
19 Aprile, 2008 00:03
Primo Articolo
Inviato da anarcosurr, Categorie [ La Chambre d'écoute ][ (3) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
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