Di sconfitta in sconfitta di Vincenzo Guagliardo – Appunti per una critica della violenza come metodo rivoluzionario 
 
 
Les Chasseurs au bord de la nuit
  

 

Mi si dice che da anni, nel mondo dei liberi, i pentiti di vario tipo della lotta armata premiati dallo Stato (dai delatori ai semplici abiuranti) amano ripetere a tutti: “Meno male che abbiamo perso.”


Vincenzo Guagliardo, membro delle BR e attualmente detenuto, sottoscrive, ma facendo suo in quelle parole un significato più sottile, appartenente ad una precisa impostazione di pensiero:


[...] chi è per il cambiamento, ovvero si ritiene “rivoluzionario”, dovrà sempre riconoscere di non aver mai raggiunto la perfezione, e perciò dovrà accettare la verità che si vada sempre avanti da un errore all'altro.


Di sconfitta in sconfitta. Il primo punto della riflessione di Guagliardo, che investe direttamente anche la sua nuova posizione rispetto alla militanza nelle BR, è dunque una demistificazione dell'ideologia. Per ideologia, ricordiamo, si intende “il complesso sistematico di concetti o principi posti alla base di un atteggiamento politico o culturale”. Tale sistema tende a costituirsi come unico ed esclusivo e a porsi in conflitto (a vari livelli, compreso il conflitto violento), con ogni altro sistema. Così come le varie ideologie fatte proprie dalle istituzioni non ammettono la convivenza con ideologie contrastanti e reagiscono in modo repressivo, queste stesse ideologie opposte e rivoluzionarie, nella misura in cui la loro impostazione è appunto ideologica, non potranno che ricostruire un ambiente repressivo. “Il riconoscimento della sconfitta”, ovvero la rinuncia alla pretesa di avere con sé ogni verità (o ogni eresia), “è base necessaria del mutamento”.

In questo modo Guagliardo individua un difetto costitutivo nel metodo stesso della rivolta al sistema, finora fondata su quello che lui chiama “rito del capro espiatorio”, che è lo stesso principio fondamentale delle strutture di potere. Quando un gruppo decide di ricorrere alla violenza Guagliardo si chiede “sono persone nuove, o no?”. Intendono e sono in grado effettivamente di creare qualcosa di diverso da quello contro cui combattono, oppure sono condannati per volontà o ignoranza a riprodurre e perpetuare proprio quello che vorrebbero distruggere?


Fascisti e nazisti e – seppure in modo diverso – alcuni filoni anarchici individualisti, hanno creduto di poter rispondere affermativamente a questa domanda. Hanno ravvisato una funzione catartica nella violenza reattiva, creatrice perciò di relazioni umane e solidali di fronte al pericolo, espressioni di un uomo nuovo.


Anche le Brigate Rosse, scrive Guagliardo, accettando “di non poter essere l'Uomo nuovo che costruiva la nuova società”, ma soltanto una organizzazione di lotta armata all'interno del vecchio mondo, implicitamente e senza rendersene conto adottavano “non solo una tattica ma l'intero modo di pensare di quella cultura i cui frutti contestavamo”. La lotta, rivoluzionaria o di semplice contestazione, se è combattuta sullo stesso piano delle forze contro cui si confronta (che è prima di tutto un piano violento e repressivo) non solo non è efficace, ma anzi si configura come un elemento favorevole alla reazione. Cita Emilio Lusso, in Teoria dell'insurrezione (Milano 1969):


Nessuno può condannare chi, in un momento di oppressione politica, si renda giustizia da sé. Ma il terrorismo politico organizzato è una deviazione della lotta politica. Esso ne costituisce la forma primitiva, lo stadio inferiore. [...] Un movimento rivoluzionario deve rinunciare ad ogni azione terroristica.


L'aderenza alle logiche delle strutture di potere non si limita solo al ricorso alla lotta armata (nella quale il potere avrà necessariamente la meglio), ma arriva a chiudere completamente ogni possibilità di pensiero critico: “che peso può avere, in un'organizzazione che combatte, il dubbio, oppure il pensiero problematico? Questa esigenza può solo autoreprimersi o essere emarginata.” E in questo modo ogni potenziale rivoluzionario è sostanzialmente soffocato. Oppio non è solo la religione, ma “ogni -ismo”, ogni ideologia.

Ciononostante, organizzazioni ideologiche, tra le quali le BR, riscuotono non poca “simpatia”. Come Robin Hood:


Robin Hood viene facilmente applaudito perché è evidente che non sei chiamato a fare come lui ma è lui che fa per te. Tu non puoi seguirlo giacché la sua pratica richiede capacità, disponibilità e mancanza di legami che tu, popolano, non ti puoi permettere... Ma allora cos'è che in realtà ti dà Robin Hood? Ben poco, se si va a vedere: forse solo la soddisfazione del sentimento di vendetta, ossia un'emozione elementare che rischia di fermarsi al risentimento contro i potenti.


Questo esmpio mette in luce la passività della partecipazione delle masse ai fenomeni ideologici, siano essi rivoluzionari, come in questo caso, o reazionari. Una passività molto pericolosa, qualcosa di più di quello “stare alla finestra” che il rivoluzionato armato scarta per scegliere la via della violenza.


L'azione armata, con la sua selettività, oscura questo aspetto tipico della moderna società atomizzata in tutti i suoi rapporti sociali: assolve, verso il basso, ognuno dalla sua micro-responsabilità di servo volontario facendo così scomparire la visione del più grande tiranno mai esistito.


Avendo esaminato come il ricorso alla lotta armata quale metodo rivoluzionario conduca ad esiti di fatto reazionari, non per questo possono essere giustificati atteggiamenti passivi e acritici come il semplice “stare alla finestra” o la partecipazione convinta alla gestione democratica del potere: Guagliardo ci ricorda che “il non violento è tale solo quando rischia più del violento”.

 

Carlo R. Comanducci 

Di sconfitta in sconfitta, Vincenzo Guagliardo, La Grafica Nuova, Torino 2002

 

(Im) probabile sogno


Nuotavo in uno specchio

come fossi argento strano

liquefatto da uno scherzo

o da una stanca mano:

richiesta d’aiuto

per un domani vecchio

con la consapevolezza

di non arrivar lontano.

 

Jack Conti 

 

"(Im)probabile sogno" è una fantasia basata su scampoli di sogno, un modo per giocare con la parole.

 

 

Quasi come un haiku


Intuendo

                una luce

                                mi spengo.

 

 

Jack Conti

 
"Quasi come un haiku" è una parodia dell'haiku come moda importata e maldigerita: tre parole disposte "artisticamente" con una conclusione beffarda.

 

The pennycandistore beyond the El

Is where I first

                       fell in love

                                        with unreality

Jellybeans glowed in the semi-gloom

of that september afternoon

A cat upon the counter moved among

                                            The licorice sticks

                         And tootsie rolls

               and  Oh Boy Gum

Outside the leaves were falling as they died

 

A wind had blown away the sun

 

A girl ran in

Her hair was rainy

Her breasts were breathless in the little room

 

Outside the leaves were falling

                               and they cried

                                                      Too soon! too soon! 

 

LAWRENCE FERLINGHETTI

NINA 

 

 

 
Durante l'ultima visita in libreria mi sono imbattuto in "Zero Comments" di Geert Lovink, sottotitolo "Teoria critica di Internet". Il primo dei tre saggi contenuti nel volume si intitola "Orgoglio e gloria del Web 2.0". Dopo averlo letto, posso dire di non essere d'accordo con buona parte delle idee esposte dall'autore, che spesso, a mio avviso, vanno in una direzione sbagliata, o presentano mancanze che difficilmente mi spiego. Tale saggio, tuttavia, mi ha suscitato alcune riflessioni.
Innanzi tutto, da partigiano dei media liberi, dell'informazione accessibile a tutti, della privacy e dell'anonimità quale sono, difficilmente tengo a mente che alla stragrande parte delle persone che utilizzano internet di tutto ciò non importa nulla. Peggio ancora, non sono neanche coscienti che effettivamente un problema su queste tematiche esista.
E' vero però anche il contrario. Come Lovink ci ricorda, per una certa categoria di hacker e attivisti (o hacktivisti, per usare un neologismo un po' abusato), tra cui, in parte, mi riconosco, "i milioni di utenti normali semplicemente non esistono: così, lo scontro su Internet è ritratto come una lotta eroica tra gli hacker e le forze di sicurezza. Le masse di utenti non sono nemmeno prese in considerazione come pubblico". Questa frase va a colpire non troppo lontano dal centro del bersaglio, secondo me. Troppo spesso gli utenti esperti e "coscienti" si perdono in discussioni sui massimi sistemi, scatenano guerre di religione su questioni tutto sommato futili o, talvolta, si ritirano in isole felici, come la piattaforma su cui questo blog è ospitato, ignorando ciò che avviene all'esterno. Forse si otterrebbero risultati più efficaci se si impiegassero le forze a rendere più gente possibile cosciente delle trappole che si nascondono dietro al Web 2.0, anzichè lottare contro i giganti.
Diamo allora un'occhiata a cosa fa la gente con la rete, allontanandoci per un po' dai siti a noi cari, da autistici/inventati, dalla rete tor, da wikipedia.
Cosa ama fare la gente sulla rete nel 2008? Non imparare, non condividere la propria conoscenza, ma farsi vedere. Si aprono blog in cui si mette in mostra la propria vita privata, si creano reti sociali, si condividono gusti e interessi. In questo mondo, una pagina senza commenti (come riecheggia il titolo del libro) è come se non esistesse. Ciò che la gente ha da dire perde di importanza, ciò che conta è quello che gli altri pensano di ciò che viene scritto. Ed ecco nascere immensi social network, che contengono non si sa bene cosa.
Non ho mai bazzicato MySpace, non frequento nessuno che lo usi. Al momento di scrivere quest'articolo, ho deciso di andare a dare un'occhiata... Dalla home page si accede a decine e decine di blog, ma visitandoli sembra che non abbiano nulla da dire a un visitatore... "Io sono tizia, questi sono i miei interessi, questi sono i miei amici..." Come possono pagine del genere interessare a una persona che non ti conosce? L'arcano è presto svelato: non sono informazioni che debbano interessare alle persone, ma ai signori a cui MySpace le venderà a caro prezzo... sì, perchè dietro all'ingenuità e alla vacuità di molti c'è chi intasca milioni di dollari... Ma, come dicevo, questo pare non interessare quasi a nessuno.
Vedo che molti gruppi musicali giovanili mettono i propri brani su MySpace, e mi domando: come sarà gestito il copyright? Mi vado a leggere l'accordo di licenza del sito. "L'Iscritto mantiene ogni eventuale diritto sui propri Contenuti pubblicati sui Servizi MySpace". Perfetto, quindi se un brano è mio continua ad esserlo... ma i contratti vanno letti fino in fondo... "l'Utente concede a MySpace una licenza limitata per l'uso, la modifica, la rimozione, l'ampliamento, l'esecuzione o esposizione pubblica, la riproduzione e la distribuzione di detti Contenuti esclusivamente su o tramite i Servizi MySpace, compresa - a titolo esemplificativo e non limitativo - la diffusione parziale o totale del sito MySpace su qualunque supporto o formato e tramite qualunque canale mediatico". Come può la gente accettare una cosa simile? L'ho chiesto a un ragazzo che suona in uno dei detti gruppi. Mi ha risposto "Non so, è gratis. Ed è un modo di farsi vedere". E quanti sono coloro che sono disposti a regalare tanti diritti in cambio della gratuità di un servizio? 182'911'321. Sconcertante.
Ma torniamo al saggio. Lovink si scaglia apertamente contro la gratuità, in più di un punto. Ma vi si scaglia con un intento sbagliato a mio avviso. Egli contesta il fatto che non venga mai messo in discussione il modello economico che sta dietro al web 2.0: milioni di utenti felici e pochi che intascano tutti i soldi. Vedrebbe di buon occhio la fine dell'ideologia del free (parole sue) e la sua trasformazione in un modello economico sostenibile, che premi i dilettanti che pubblicano contenuti aiutandoli a diventare professionisti. Ora, questa secondo me è un'ottica del tutto sbagliata. Ciò che è in gioco non è il guadagno da parte dei blogger, ma la loro libertà, e la libertà delle informazioni che essi pubblicano. Nessuno garantisce che le informazioni che dette aziende hanno su di me non saranno usate contro di me prima o poi, così come nessuno garantisce che i contenuti che produco non saranno usati per fini che non approvo. O peggio, che fine farebbero i contenuti ritenuti "scomodi" da chi gentilmente mi ospita? La gratuità è un problema secondario, a mio avviso. Certo, se uno volesse guadagnarsi da vivere tenendo un blog, al giorno d'oggi incorrerebbe in numerose difficoltà. Ma reputo assai più importante che egli possa scrivere ciò che desidera, e decidere se e come distribuirlo, anche senza vedere un euro.
La parte in cui le mancanze si fanno più sentire, però, è quella in cui Lovink parla dell'Internet post-11 settembre, "condizione di libertà ma anche un rifugio per opinioni imbarazzanti", sostenendo che la svolta a destra della società sia in parte acuita dalla "struttura libertaria della rete". Ora, questo può anche essere vero, ma se la rete è libera e noi desideriamo che continui a esserlo è anche per poter esprimere liberamente le nostre opinioni, senza paura di censure. Questo ha l'effetto collaterale di dare questa facoltà anche a chi la pensa in maniera opposta a noi, ma è un compromesso che, personalmente, sono disposto ad accettare.
Prima di pensare a un modello economico sostenibile per il web 2.0, sarebbe bene garantire che le libertà di cui godiamo e per cui faticosamente lottiamo non corrano alcun pericolo. E la strada, per questo, temo sia lunga.
 
g.