Dopo la sconfitta con l’Olanda, Gianluigi Buffon, portiere della nazionale italiana, ha chiesto scusa agli italiani per la prestazione deludente. Il C.T. della Francia Raymond Domenech ha fatto la stessa cosa dopo l’eliminazione da parte dell’Italia. De Rossi, che ha sbagliato un rigore decisivo nei quarti di finale contro la Spagna, ha chiesto anche lui scusa agli italiani per l’errore.

Questo fatto, come pochi altri è sintomatico di quello che rappresenta il calcio oggi. Siamo ormai abituati al fatto che, se gioca la nazionale in tornei ufficiali ( cioè fra mondiali e europei ogni due anni ), la sera della partita succedono cose straordinarie: se si va nei vicoli genovesi si può capire passo per passo come procede l’incontro in qualunque momento e luogo, giacché è difficile che nello spazio uditivo di una persona non vi sia neanche un cittadino che guarda la partita ( e di solito comunque la partita la si guarda in gruppo: essa è un fatto collettivo ). Siamo abituati a questo e a altro: e da questa abitudine ha origine l’odio, che prende le forme dello snobismo, di tanta gente che vuole male alla nazionale di calcio italiana, considerando il calcio il panem et circenses della società moderna; uno strumento del potere insomma.

E con ragione: gli italiani discutono del modulo mentre il presidente del consiglio fa leggi discutibili sui processi che lo riguardano e sull’uso di intercettazioni nelle indagini; e queste leggi sono discusse meno perché si discute più di Donadoni e Cassano, evidentemente.

Forse però non eravamo abituati alle scuse agli italiani.

Difatti, chiedere scusa pubblicamente a qualcuno può implicare, in generale, due cose: o l’aver fatto del male involontariamente a qualcuno ( nella teoria se hai fatto del male volontariamente non chiedi scusa, la tua è stata una scelta e si presume che tu abbia fatto questa scelta consapevolmente, per cui non sei pentito ); oppure si chiede scusa perché si ha tradito la fiducia di qualcuno: poiché è indubbio che Buffon o Domenech non si sentano responsabili di aver commesso qualche un qualche male “agli italiani”, allora le loro scuse si possono interpretare nel senso che pensano di aver tradito la fiducia degli italiani.

Ora, a parte il fatto che “la fiducia degli italiani” è frase che ha pronunciato qualunque uomo eletto “dagli italiani”, si può dire che in effetti in nessun luogo nessuno ha mai espresso attraverso un atto pubblico la fiducia degli italiani verso la nazionale di calcio: e ciò anche se è evidente che un’iniziativa del genere andrebbe incontro ad un grande successo.

Il fatto è che in teoria le “scuse agli italiani” le fa chi ha tradito una fiducia espressa da gli italiani e in teoria una fiducia di questo tipo rientra nell’ambito politico e solo in quello. Le scuse agli italiani le fa il politico corrotto: gli italiani avevano fiducia in lui perché amministrasse bene la cosa pubblica e se il bene è opinabile ( c’è parecchia gente che continua a considerare, per esempio, buona la dittatura fascista ) non lo è l’onestà: Craxi ripeté più volte di aver rubato non per sé ma per il partito ( considerando evidentemente questa una buona ragione ), ma anche se parecchi sottoscriverebbero questo ragionamento, è evidente che in ogni caso la “fiducia degli italiani” era stata tradita.

Corruzione a parte, furono richieste scuse agli italiani quando, nel 1878 i diplomatici italiani alla Conferenza di –Berlino tornarono da quella conferenza senza nessun acquisto coloniale ( l’obiettivo minimo era la l’acquisto della Tunisia, così come per la nazionale italiana era l’accesso alle semifinali ) e con le “mani nette” , espressione con cui il fatto passò alla storia.

In quel caso l’ala nazionalista si fece portavoce unico della “volontà nazionale”, e pretese le scuse agli italiani ( e in seguito l’allora primo ministro Benedetto Cairoli si dimise ): oggi chi fa il portavoce unico della “volontà nazionale” è la nazionale di calcio, e se fallisce, chiede scusa agli italiani ( e in effetti Donadoni è stato rimosso dal suo ruolo ).

Così, se per esempio un ministro, membro dell’esecutivo eletto dagli italiani, e quindi con un chiaro mandato di fiducia degli stessi, viene inquisito per questioni di corruzione, l’intera Camera dei Deputati lo applaude; ma il capitano della Nazionale di Calcio, se ha perso una partita, si sente in dovere di chiedere scusa “agli italiani”.

Ne si deduce che il mandato morale del “popolo italiano” verso gli “azzurri” è incomparabilmente più forte di quello politico, effettuato tramite elezioni, che il “popolo italiano” trasmette al governo.

Così, se è certo che nessun uomo politico italiano ha mai fatto delle scuse “agli italiani”, lo ha fatto Buffon per una partita persa: e il bello è che è stata quella di Buffon una cosa dovuta, la gente quasi se lo aspettava.

Mentre non so quanti italiani si siano mai aspettati delle scuse - per fare solo un esempio – da Cossiga per aver fatto parte della GLADIO; eppure era il Presidente della Repubblica nell’esercizio delle sue funzioni che confessava di aver agito contro la legge.

 

Stefano

 

Parafrasando le belle parole di Mario Lippolis: tutto è già stato detto, ma nessuno ha ascoltato.

Per questo insisto a scrivere appunti come questi su libri inconsueti. Ed è anche grazie a Giancarlo, capace di far uscire dal vasto cappello delle sue amicizie e della sua esperienza idee ribelli una dietro all'altra.

Detto questo, un anno fa usciva l'edizione italiana a cura di Mario Lippolis di Prestige de la Terreur, una raccolta di saggi di Georges Henein pubblicata per la prima volta al Cairo il 17 agosto del '45.

Ma chi è Georges Henein? Uno che è stato scambiato per un omonimo di se stesso da un giornalista norvegese. Un poeta, un surrealista e un rivoluzionario. Nel 1937 ha fondato al Cairo dove era nato il gruppo Arte e libertà, dal 1939 aderì al FIARI di Breton e Trockij, dopo la guerra, prima coordinò i movimenti surrealisti di svariati paesi e allontanatosi poi dal movimento, ha scritto come giornalista esperto di questioni del terzo mondo. E' morto nel 1973 a Parigi.


Per l'essere civilizzato vi è qualcosa di peggio della sua perdita di potere sugli organismi che lo rappresentano e agiscono in suo nome. E' la rassegnazione a questa perdita. Rassegnazione di cui ci avvertono segni innumerevoli e flagranti. Rassegnazione che – in guerra come in pace – noi riconosciamo in base all'atteggiamento standard di persone dotate, colte e portate all'azione – e tuttavia immerse nel giulebbe della loro disfatta. Questa rassegnazione sta in quattro parole: “In mancanza di meglio...”

Se si aderisce al Partito comunista (o a qualsiasi altro...) senza avere la minima garanzia della sua politica presente e futura, è “in mancanza di meglio...” [...] Se si vota per un candidato il cui aspetto politico vi ripugna e la cui fermezza politica si rivela dubbia, è “in mancanza di meglio...” [...]


Ho scelto solo un paio da un lungo elenco...

Si può fuggire, cercare delle condizioni migliori in un altro luogo, ma ogni luogo è pervaso dal timor panico della libertà. E la possibilità di fuggire non esiste neanche per tutti. Infatti il primo segno dell'imporsi del terrore è “la progressiva cancellazione del diritto di asilo” – dove ora è minacciata la stessa libertà di movimento delle persone, tra l'altro su base razziale...

L'altro segno è la “deportazione organizzata dei lavoratori” – una buona definizione per il nostro sistema di gestione della forza lavoro non in base a un criterio razionale, ma di profitto, e in aperto spregio dei diritti umani.

E, infine,


Ultima tristezza, nel campo che ha sempre saputo sottrarsi alle pressioni dei regimi arbitrari del passato, nel campo del pensiero che va all'attacco, del pensiero politico, ancora ieri portatore di speranza, si assiste ad uno strano adattamento all'ordine crudele e vano che si va delineando sotto i nostri occhi.


Anche gli intellettuali e gli scrittori sono più interessati a comprendere i meccanismi del terrore per farli propri, magari ribaltandoli su base ideologica, piuttosto che per disinnescarli.

Ma ci sarà qualcuno, qualche dente che trattiene la lama impedendole di falciare quello che resta dell'umanità, e sarà:


Non un partito, ma forse dei partigiani di un genere nuovo che abbandonassero i modi classici dell'agitazione per dei gesti di perturbazione altamente esemplari.


Se il fascismo ha accelerato “lo sviluppo dell'elefantiasi morale e materiale che affligge le potenti [allora] istituzioni di “sinistra” nella quali la voce della massa si perde con la stessa facilità di quella degli individui”, la nuova guerriglia di pensiero dovrebbe avere lo scopo di soppiantare l'iniziativa delle gerarchie politiche.

Strappando ai partiti il monopolio del pensiero sociale e riducendoli al ruolo di meri esecutori prima o poi si potrà, sosteneva Henein, superare il blocco che le forze di governo come di opposizione impongono alla vita politica. E si potrà anche sciogliere il più insidioso e profondo blocco costituito dalla noia e dall'orrore della libertà, dal conformismo e dal terrore, che prima ancora di essere propagandati dalle istituzioni, hanno una inquietante origine nei singoli individui.

Si può sperarlo ancora?

 

CRC

 

Georges Henain Prestigio del terrore, Edizioni Colibrì - I libri dell'Oroboro, 2005