sono 5 mesi che non guardo la tv
oggi ho visto un telegiornale
era l'ora del telegiornale
la scritta diceva telegiornale
ma non mi sembrava un telegiornale

token

 

 

 

ho incontrato due occhi
ci siamo baciati con l'aiuto di bacco
il giorno dopo gli occhi non mi guardavano
poi bacco ci ha visti e di nuovo ci siamo sfiorati finché la notte non
diventava giorno
cosi per 3 volte
ora non mi vogliono più
per qualche istante credevo di essere felice

 

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dormo male
dormo male perché sogno, non ci sono abituato
di solito il mio sonno viene mormorato dagli incubi
ora sono due giorni che sogno e non dormo
non è normale non saper sognare quando si dorme

 

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 Per ora butto giù due righe giusto per proporre un'idea e aprire la conversazione. Capisco che molti di noi del blog non hanno una casa propria e magari la scelta non dipende da loro, ma se ne può parlare...

 Finché sono promesse o propaganda, hanno l'effetto che hanno, purtroppo, ma non mi toccano - per me restano chiuse nel televisore. Come un film horror. Ora che ha vinto però si deve affrontare la situazione in modo più concreto.

 Un problema tra gli altri è cosa fare dei soldi dell'ICI che, fermo restando, non dovremo pagare. Ci compro tutti i dischi di Max Roach? Sì... magari è un contributo al pensiero critico, ma proprio non mi va giù. Non voglio tenere per me questi soldi.

 Penso invece che si debba fare qualcosa di diverso. Chiedo anche la vostra opinione. Certo devono essere utilizzati a favore della comunità, in senso esteso. Con buone idee anche pochi soldi magari bastano.

 Vediamo cosa succede, a me sembra una buona idea... scriverò come commento quello che mi viene in mente.

 

 CRC

 


 

Primo sorso. Un gusto forte. Cerchi di seguire gli effluvi che fanno la loro comparsa scomparendo un attimo dopo per far spazio a un altro sapore, che a sua volta svanisce.

Secondo sorso. I caratteri effimeri si affievoliscono sempre più rapidamente, il gusto prende corpo, sempre più pieno. Ti sembra di riconoscere i sapori che altri hanno individuato per te, quelli che erano scritti nella descrizione sul menu.


Terzo sorso. Ogni sorsata è un piacere. Ora nulla stona più, riconosci distintamente che ciò che prima non sapevi decifrare è effettivamente aroma di caffè tostato, che si sentono erbe secche nell'abbocco. Che quello che ti resta in bocca è sapore di lievito, che un tempo ha creato questo capolavoro, ma ora giace inerme.


Quarto sorso. Quinto sorso. Sesto sorso...


Ultimo sorso. Vuoti il boccale. La soddisfazione è totale. Nell'assaporarlo, ti pare di scorgere un sapore nuovo, mai sentito prima, stonato... anche lui sparisce. Ultima traccia ne è la schiuma che ti rimane sui baffi. Ma il dorso della mano è rapido a rimuoverla.

 

g.

 

Chi si accontenta...
 
Tuffa dentro il rimanente:
facciamoci bastare
la primizia che matura
da un girasole di paura.
 
Jack Conti 
 

 

Iniziamo a guardare alla composizione dell’ultimo governo definito “di sinistra”: Per quanto riguarda l’economia Prodi, D’Alema, Veltroni rappresentavano scelte liberiste; Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani il contrario. Anche La Rosa del Pugno era liberista, i Verdi no, Mastella e Di Pietro non si sa esattamente (parlo di sinistra intendendo l’ultimo governo Prodi, ma molte persone che si qualificano di sinistra non lo definiscono come tale. Lo appella così invece Berlusconi, che quasi mai vi aggiunge “centro”, troppo lusinghiero dal suo punto di vista, quando non parla genericamente di comunisti).

Quanto al campo dei diritti civili, una parte della Margherita, insieme a Mastella, era avversa a PACS et cetera, contro tutti gli altri che erano invece a favore dell’allargamento dei diritti civili alle coppie di fatto. I DS, dal canto loro, cercavano la quadratura del cerchio: nonostante la parte a favore di un allargamento dei diritti civili apparisse sulla carta maggioritaria, le leggi da essa auspicate non hanno avuto esito.

Su temi quali sicurezza e immigrazione pareva non ci fossero grossi contrasti (Mastella raccoglieva voti dove il fenomeno migratorio è meno sentito), ma la caduta della legislatura ha bloccato la riforma della Bossi-Fini. A livello locale però, le linee seguite da Sindaci come Cofferati a Bologna o Domenici a Firenze mostrano anche qui un quadro variegato.

Per non dire delle scelte di politica internazionale, dove si andava dal D’Alema della guerra in Kosovo ai manifestanti a Vicenza.

In generale, accanto ad identità partitiche forti (Rifondazione) vi erano quelle settoriali (Verdi), personalistiche (Mastella, Di Pietro); vi erano poi partiti con un’identità divisa, perché inglobavano diverse tradizioni, come la Rosa Nel pugno e l’Unione. Quest’ultima, pur in continuo sviluppo, avendo cambiato quattro volte in quindici anni forma e nome, per arrivare oggi ad essere un americanizzato Partito Democratico, e pur tendendo sempre progressivamente verso al centro più per necessità che per scelta; quest’ultima è riuscita ad essere il secondo partito italiano per grandezza senza mai essere realmente protagonista al governo: i due governi di centro sinistra della seconda repubblica hanno sempre visto i partiti maggioritari in balia di quelli minoritari.

Chiunque abbia votato per le coalizioni di centrosinistra negli ultimi anni, non ha sentito il governo a cui aveva dato il voto come suo: né chi ha votato per i “piccoli” (da Rifondazione a Mastella), né chi ha votato per i “grandi”.


Ma dal ’94 il centrosinistra rappresenta in sostanza l’eredità del vecchio “arco costituzionale” (in questo senso ciò che unisce la destra è l’estraneità, se non l’avversione, ad esso: An per tradizione, Lega e FI perché salirono alla ribalta in funzione del disfacimento di quei partiti storici).

Ciò ha fatto sì che le cariche istituzionali (la presidenza della Repubblica e i funzionari dello Stato, per esempio una fetta importante della magistratura) siano state nella seconda repubblica suo appannaggio: è un fatto che i senatori a vita, in gran parte ex-capi di stato, abbiano tenuto in vita a lungo il secondo governo Prodi.

Così la sinistra rappresenta la tradizione primo-repubblicana e le alte istituzioni da una parte, il “movimento” dall’altra. Accademici settantenni e centri sociali, sindacati e industriali, logiche clientelari e associazionismo. Nostalgici di Berlinguer e di Craxi nella stessa formazione.


Quindi, che cos’è la sinistra oggi? Una prima risposta, salvo miracoli, attualmente è: nostalgia.

Nostalgia di un epoca che va dalla pubblicazione del Manifesto del partito comunista di Marx nel 1848 alle lotte sandiniste, da Turati a Berlinguer, da Mao a Renato Curcio, da Rosa Luxemborg ad Arafat. Dal Enrique Lister alla Teologia della liberazione. Nostalgia per la cultura militante, per il movimentismo e per l’internazionalismo, per Orwell come per Malcom X. Nostalgia per la lotta sociale, dall’occupazione delle fabbriche all’autunno caldo, e di una politica che si presentava come diretta emanazione di quella.

L’impressione è che dalla Bolognina la classe politica di sinistra abbia sempre più seguito come modello il liberal americano o il labour inglese, mentre il suo “popolo” ha conservato le istanze e i desideri di quella tradizione variegata e composita che, ben lungi da risolversi tutta nel marxismo, ha avuto il minimo comune denominatore nella definizione di antifascista.

Questa tradizione, però, ha fallito, quantomeno come prospettiva politico-economica. Il marxismo (o meglio, i fenomeni politici che tali si dichiaravano) che nella storia situava il suo banco di prova, proprio su questo banco ha fallito.

E, falliti i presupposti storici del marxismo, è scomparso l’orizzonte rivoluzionario. La sinistra italiana non aveva mai mancato di presupporre un fine nel proprio operato che non fosse rivoluzionario. Ci si divideva fra riformisti e rivoluzionari, certo, ma anche i riformisti avevano in mente una rivoluzione (nel senso di cambiamento radicale del sistema economico – politico): tutti volevano giungere alla società socialista. Turati come Ferri, Togliatti come Nenni; Gobetti come Gramsci e Ingrao come Ghisleri.

Già Saragat e in seguito Craxi, cambiarono parere, infine fu costretto a farlo anche il Partito Comunista Italiano, che divenne socialdemocratico quando ormai la socialdemocrazia era già in crisi in Europa.


La sinistra italiana dopo l’89 ha dovuto cercare un modello storico alla quale rifarsi. E questo modello lo ha dovuto cercare all’estero, sgretolatasi la tradizione comunista e rivoluzionaria che ha caratterizzato tutta la sua storia, con poche e minoritarie eccezioni.

E’ sintomatico di questa mancanza di un modello condiviso la scelta di Veltroni di rifarsi all’americano Obama in campagna elettorale, mentre la costituente del nuovo partito si accapigliava se inserire o meno Berlinguer, Craxi e Moro nel “Pantheon” della nuova formazione politica.

In mancanza di questo “Pantheon” condiviso, la soluzione – forse l’unica possibile – è stata importare dall’estero.

Né, a ben vedere, si è comportata diversamente la Sinistra Arcobaleno, i cui modelli storico-politici, più che alla storia della sinistra italiana, si sono rifatti alla nonviolenza ghandiana, a Zapatero e alle nuove figure carismatiche che sono sorte negli ultimi anni in America Latina.

Ciò che manca al PD, sia chiaro, è un modello per mobilitare il consenso elettorale, perché una classe dirigente da proporre al paese - che sia “policamente corretta”, e quindi liberista liberale e europeista – l’avrebbe già, da Padoa-Schioppa a Monti, da D’Alema a Montezemolo.


Dunque a domanda: “ che cos’è la sinistra?” la risposta “ è nostalgia” è giusta. Manca alla sinistra un sogno comune. Un modello condiviso.

 

Stefano 

 

 

 
Alice
 
 

Andavano al mercato, lui e la sua nuova mamma in un mantello giallo e appiccicoso. Era freddo e stava per mettersi a piovere. La mamma aveva quel sacco con le ruote, se lo tirava dietro e faceva un rumore strano e allegro saltellando tra le buche. C'era una signora con la faccia come di terra spaccata che gli parlava, ma lui ancora non sapeva quello che dicesse. E dei bambini che piangevano, più grandi di lui. Ma sapeva che i bambini piangono per niente.

La gente portava un sacco e chi due, e dovevano essere pesantissimi visto come faticavano a sollevarli da terra. C’erano troppi odori nell’aria e non si riuscivano a distinguere. Uno ricordava l’odore del pozzo, poi passando davanti ad un negozio un altro odore gli faceva venire in mente la vernice delle baracche del suo villaggio, ma più forti c’erano odori di cibo, di frutta, di carne. Il mercato era come guardare un nido di formiche colorate. Un uomo chiamava le Anciue! Belle freschesignore Aanciue!, come se chiamasse chissà quali spiriti nascosti. E intanto si avvicinavano affrettando il passo perché cadevano le prime gocce. Quando l'uomo apparve era basso, coi baffi e agitava le braccia sopra i pesci più grossi e strani che si possano immaginare e mucchi scintillanti di minuscoli pesci argentei e mostri poi, flosci e informi, o duri, rosa, indescrivibili. E intorno altri nascondigli: c’erano tavoli e tavoli di frutta, montagne di ortaggi verdi e viola e arancio e intere carcasse appese dietro le vetrine e negozi, negozi e tavoli li avevano stretti tutto intorno. Tutti prendevano quello che volevano. Per un attimo aveva dimenticato tutto, nella pioggia – e la sua mamma gialla che sorridendo gli diceva: tu da qui non te ne andrai.

 

CRC 

 

 

Come fai a guardare il mondo da dietro quel velo

 

donna?

 

credo sia sempre nero

 

il cielo

 

da dietro il velo

 

donna.

 

non si respira con quel coso addosso

 

che non ci sono parole a descriverlo degnamente

 

non si può.

 

una ragazza alla biblioteca di Alessandria mi tocca i capelli

 

la guardo e mi impaccia perché non posso vederla

 

ha il Burqa

 

la lascio fare

 

le chiedo se è libera o obbligata

 

lei alza il drappo, mi punta gli occhi addosso, neri

 

e risponde:

 

Sono afgana




Chiara

 

 

 

 

Mentre entravo nell’appartamento vuoto con te

 

Ho guardato subito l’altezza delle porte

 

Mentre ti sentivo parlare di spese condominiali e bagni da rifare

 

Ho guardato subito se c’era una seconda camera da letto

 

Mentre ci guardavi con l’aria professionale dell’agente immobiliare

 

Pensavo a noi in quella casa.

 

Mi vedevo signora con le buste della spesa e i figli da prendere a scuola

 

Mi sentivo libera.

 

Mi pensavo signora borghese con figli e marito

 

Sono rabbrividita


Ho cercato fin’ora di passare alla storia


Fare qualcosa di grande, restare in memoria

 

Ora mi chiedo per chi? Per che cosa?

 

Mentre mi vedevo prepararti la cena

 

Il mondo è diventato perfetto

 

Mentre mi vedevo vestire nostro figlio

 

Mi sentivo serena

 

Ho cercato fin’ora di passare alla storia


Oggi a essere tua

 

Ci metterei la firma

 

Chiara 

 

 

 

Non è facile mantenere saldi i propri principi in una società dominata dall'egoismo, dall'arrivismo e dall'utile a tutti i costi. A maggior ragione, non è facile mantenere questi principi quando si frequenta tutti i giorni un'università che, in maniera neanche troppo velata, mira a trasformare l'individuo in uno squalo, in una persona che persegua il business come fine ultimo della propria esistenza.

Sono uno studente di ingegneria informatica. Non so ancora se e in quale parte questa società riuscirà a piegarmi ai suoi principi. Quello che è certo è che, anche all'interno di uno spazio accademico, le mie idee non hanno vita facile come si potrebbe pensare.
Mi definisco sostenitore del software libero, così come sono sostenitore della libertà in altri campi.
Nel corso di fugaci rapporti con il mondo del lavoro, così come nelle ingerenze che questo ha avuto con l'università, mi sono dovuto confrontare con varie tipologie di personaggi. Da coloro che trattano il software libero come un giocattolo, denigrandolo, nascondendosi dietro a programmi proprietari costosissimi che spesso fanno da paravento a una loro neanche troppo ben celata incompetenza, a coloro che accettano il software open source, con i dovuti distinguo, laddove e soltanto nei casi in cui sia migliore di quello proprietario.
Tra gli studenti la situazione non è molto diversa. Al di là di quelli che, insicuri per natura, acquistano sicurezza schierandosi con le multinazionali e godono per ogni loro vittoria, la categoria che è maggioritaria è quella che usa software open source perchè funziona bene e permette di imparare di più, salvo poi tornare di corsa al software proprietario nei campi in cui questo offra ancora maggiori possibilità.

Notate come, a nessuna di queste persone, abbia messo in bocca le parole "software libero".

Perchè, certamente, l'open source e il software libero sono due filosofie che vanno di pari passo per molti aspetti. Entrambe combattono una "guerra" contro il software proprietario. Entrambe professano una maggiore apertura del codice. I presupposti che stanno alla base delle due, però, sono totalmente diversi. Il free software predica la libertà dell'utente, libertà che nessuno può limitare. L'open source accetta anche un approccio più liberale (termine scelto non a caso). Chi lo sostiene è convinto che il modello di sviluppo aperto sia migliore degli altri, e lo adotta per motivi puramente utilitaristici.
Fin qui nulla di male, entrambi cooperano all'apertura dei codici sorgenti, e nessuno dei due fa male all'altro. La chiave di lettura da applicare ai due movimenti, però, è un'altra, almeno a mio avviso. 

A tal fine è utile la lettura del seguente articolo di articolo di Richard Stallman.

Cito dall'articolo:

Parlare di libertà, di problemi etici, di responsabilità così come di convenienza è chiedere di pensare a cose che potrebbero essere ignorate. Questo può causare imbarazzo ed alcune persone possono rifiutare l'idea di farlo.

L'open source è una definizione coniata per rendersi più appetibili alle aziende, che, così pare, non vedono di buon occhio la parola libertà, a differenza di un noto statista e imprenditore italiano. Parlare di libertà, potrebbe mettere a disagio aziende che con essa non hanno nulla a che fare, ma che, senza dubbio, avrebbero un grande ritorno d'immagine da un modello "open source"...

Queste aziende cercano attivamente di portare il pubblico a considerare senza distinzione tutte le loro attività. Vogliono che noi consideriamo il loro software non libero come se fosse un vero contributo, anche se non lo è. Si presentano come "aziende open source" sperando che la cosa ci interessi, che le renda attraenti ai nostri occhi e che ci porti ad accettarle. Questa pratica di manipolazione non sarebbe meno pericolosa se fatta utilizzando il termine "software libero". Ma le aziende non sembrano utilizzare il termine "software libero" in questo modo. Probabilmente la sua associazione con l'idealismo lo rende non adatto allo scopo. Il termine "open source" ha così aperto tutte le porte.

L'open source è, insomma, un volto più amichevole verso la new economy, una definizione che non costringa, ogni volta che viene pronunciata, a domandarsi se, in effetti, ciò che si sta facendo sia etico.

Una definizione che, essendo priva di spunti etici, permetta agli utenti in qualsiasi momento, e senza alcuna remora, di tornare al software proprietario, qualora questo sia più adatto alle proprie esigenze. Rendendo ricche le aziende che hanno fatto di quest'apertura uno specchietto per le allodole.

E' senza dubbio una cosa positiva che tante persone usino i programmi liberi, per studio o per lavoro. Ma il movimento del software libero è nato con precisi intenti etici e con lo scopo di garantire la libertà dell'utente. E questo, spesso colpevolmente, è un aspetto trascurato, non solo da chi avrebbe tutti i motivi per farlo, ma anche dagli utenti, che di questa libertà sono i principali beneficiari.

g.

« La terra dell’abbondanza »

regia di W. Wenders, USA 2004


Los Angeles, settembre 2003.

Ieri il Vietnam, oggi la guerra al terrorismo.

Ieri giovani come carne da macello, oggi…anche. E non solo.

Lo sguardo indagatore di uno di quei tanti giovani sopravvissuti allo sperimentato risiko di pochi, oggi si aggira per le strade americane cercando, scovando ad ogni angolo il “male”, la “minaccia” dentro lo sguardo di chi, innocente, cerca invece di sopravvivere in quella che pensava la terra delle opportunità, la “Terra dell’abbondanza” e che, al contrario, gli offre solo asfalto freddo e una pallottola al petto.

Ieri giovani che alzavano il proprio grido di dissenso alla morte, alla distruzione della guerra, oggi una giovane donna, figlia di chi ha preferito offrire la propria solidarietà alle vittime del potere e dell’odio sparse per il mondo.

Continuo, l’inno americano fa da colonna sonora all’altra faccia dell’America;

agli incubi di guerra;

ai volti infreddoliti avvolti nei cartoni;

alle code per un pasto caldo;

Il coraggio spettatore di una ragazza, scorre i destini, apparentemente così differenti ma infondo così simili, di chi si trascina i traumi di un passato che non lo abbandona dentro una vita sempre uguale e di chi cerca di sopravvivere nell’oggi alla barbarie della cosiddetta civiltà.

Venture simili perché costrette a vivere la medesima realtà che però separa, inimica, nasconde, al fine di continuare il proprio sporco gioco fondato sulla demonizzazione dell’altro che diventa il nemico, oscurando così il vero colpevole, il quale non si ritrova certo in chi è costretto a vivere la stessa identica nera esistenza.

Intreccio che sa scovare il profondo della realtà americana di oggi senza dimenticare di tendere lo sguardo “al di fuori”.

Colonna sonora che sa cullare in modo armonioso lo svolgimento.

Inoltre alcuni “piccoli” ma notevoli richiami simbolici e un risaltante intreccio di luci e colori.

 

Lisa 

Di sconfitta in sconfitta di Vincenzo Guagliardo – Appunti per una critica della violenza come metodo rivoluzionario 
 
 
Les Chasseurs au bord de la nuit
  

 

Mi si dice che da anni, nel mondo dei liberi, i pentiti di vario tipo della lotta armata premiati dallo Stato (dai delatori ai semplici abiuranti) amano ripetere a tutti: “Meno male che abbiamo perso.”


Vincenzo Guagliardo, membro delle BR e attualmente detenuto, sottoscrive, ma facendo suo in quelle parole un significato più sottile, appartenente ad una precisa impostazione di pensiero:


[...] chi è per il cambiamento, ovvero si ritiene “rivoluzionario”, dovrà sempre riconoscere di non aver mai raggiunto la perfezione, e perciò dovrà accettare la verità che si vada sempre avanti da un errore all'altro.


Di sconfitta in sconfitta. Il primo punto della riflessione di Guagliardo, che investe direttamente anche la sua nuova posizione rispetto alla militanza nelle BR, è dunque una demistificazione dell'ideologia. Per ideologia, ricordiamo, si intende “il complesso sistematico di concetti o principi posti alla base di un atteggiamento politico o culturale”. Tale sistema tende a costituirsi come unico ed esclusivo e a porsi in conflitto (a vari livelli, compreso il conflitto violento), con ogni altro sistema. Così come le varie ideologie fatte proprie dalle istituzioni non ammettono la convivenza con ideologie contrastanti e reagiscono in modo repressivo, queste stesse ideologie opposte e rivoluzionarie, nella misura in cui la loro impostazione è appunto ideologica, non potranno che ricostruire un ambiente repressivo. “Il riconoscimento della sconfitta”, ovvero la rinuncia alla pretesa di avere con sé ogni verità (o ogni eresia), “è base necessaria del mutamento”.

In questo modo Guagliardo individua un difetto costitutivo nel metodo stesso della rivolta al sistema, finora fondata su quello che lui chiama “rito del capro espiatorio”, che è lo stesso principio fondamentale delle strutture di potere. Quando un gruppo decide di ricorrere alla violenza Guagliardo si chiede “sono persone nuove, o no?”. Intendono e sono in grado effettivamente di creare qualcosa di diverso da quello contro cui combattono, oppure sono condannati per volontà o ignoranza a riprodurre e perpetuare proprio quello che vorrebbero distruggere?


Fascisti e nazisti e – seppure in modo diverso – alcuni filoni anarchici individualisti, hanno creduto di poter rispondere affermativamente a questa domanda. Hanno ravvisato una funzione catartica nella violenza reattiva, creatrice perciò di relazioni umane e solidali di fronte al pericolo, espressioni di un uomo nuovo.


Anche le Brigate Rosse, scrive Guagliardo, accettando “di non poter essere l'Uomo nuovo che costruiva la nuova società”, ma soltanto una organizzazione di lotta armata all'interno del vecchio mondo, implicitamente e senza rendersene conto adottavano “non solo una tattica ma l'intero modo di pensare di quella cultura i cui frutti contestavamo”. La lotta, rivoluzionaria o di semplice contestazione, se è combattuta sullo stesso piano delle forze contro cui si confronta (che è prima di tutto un piano violento e repressivo) non solo non è efficace, ma anzi si configura come un elemento favorevole alla reazione. Cita Emilio Lusso, in Teoria dell'insurrezione (Milano 1969):


Nessuno può condannare chi, in un momento di oppressione politica, si renda giustizia da sé. Ma il terrorismo politico organizzato è una deviazione della lotta politica. Esso ne costituisce la forma primitiva, lo stadio inferiore. [...] Un movimento rivoluzionario deve rinunciare ad ogni azione terroristica.


L'aderenza alle logiche delle strutture di potere non si limita solo al ricorso alla lotta armata (nella quale il potere avrà necessariamente la meglio), ma arriva a chiudere completamente ogni possibilità di pensiero critico: “che peso può avere, in un'organizzazione che combatte, il dubbio, oppure il pensiero problematico? Questa esigenza può solo autoreprimersi o essere emarginata.” E in questo modo ogni potenziale rivoluzionario è sostanzialmente soffocato. Oppio non è solo la religione, ma “ogni -ismo”, ogni ideologia.

Ciononostante, organizzazioni ideologiche, tra le quali le BR, riscuotono non poca “simpatia”. Come Robin Hood:


Robin Hood viene facilmente applaudito perché è evidente che non sei chiamato a fare come lui ma è lui che fa per te. Tu non puoi seguirlo giacché la sua pratica richiede capacità, disponibilità e mancanza di legami che tu, popolano, non ti puoi permettere... Ma allora cos'è che in realtà ti dà Robin Hood? Ben poco, se si va a vedere: forse solo la soddisfazione del sentimento di vendetta, ossia un'emozione elementare che rischia di fermarsi al risentimento contro i potenti.


Questo esmpio mette in luce la passività della partecipazione delle masse ai fenomeni ideologici, siano essi rivoluzionari, come in questo caso, o reazionari. Una passività molto pericolosa, qualcosa di più di quello “stare alla finestra” che il rivoluzionato armato scarta per scegliere la via della violenza.


L'azione armata, con la sua selettività, oscura questo aspetto tipico della moderna società atomizzata in tutti i suoi rapporti sociali: assolve, verso il basso, ognuno dalla sua micro-responsabilità di servo volontario facendo così scomparire la visione del più grande tiranno mai esistito.


Avendo esaminato come il ricorso alla lotta armata quale metodo rivoluzionario conduca ad esiti di fatto reazionari, non per questo possono essere giustificati atteggiamenti passivi e acritici come il semplice “stare alla finestra” o la partecipazione convinta alla gestione democratica del potere: Guagliardo ci ricorda che “il non violento è tale solo quando rischia più del violento”.

 

Carlo R. Comanducci 

Di sconfitta in sconfitta, Vincenzo Guagliardo, La Grafica Nuova, Torino 2002

 

(Im) probabile sogno


Nuotavo in uno specchio

come fossi argento strano

liquefatto da uno scherzo

o da una stanca mano:

richiesta d’aiuto

per un domani vecchio

con la consapevolezza

di non arrivar lontano.

 

Jack Conti 

 

"(Im)probabile sogno" è una fantasia basata su scampoli di sogno, un modo per giocare con la parole.

 

 

Quasi come un haiku


Intuendo

                una luce

                                mi spengo.

 

 

Jack Conti

 
"Quasi come un haiku" è una parodia dell'haiku come moda importata e maldigerita: tre parole disposte "artisticamente" con una conclusione beffarda.