20 Aprile, 2008 19:39
Di sconfitta in sconfitta...
Inviato da anarcosurr, Categorie [ La Sortie de l'école ][ (4) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Mi si dice che da anni, nel mondo dei liberi, i pentiti di vario tipo della lotta armata premiati dallo Stato (dai delatori ai semplici abiuranti) amano ripetere a tutti: “Meno male che abbiamo perso.”
Vincenzo Guagliardo, membro delle BR e attualmente detenuto, sottoscrive, ma facendo suo in quelle parole un significato più sottile, appartenente ad una precisa impostazione di pensiero:
[...] chi è per il cambiamento, ovvero si ritiene “rivoluzionario”, dovrà sempre riconoscere di non aver mai raggiunto la perfezione, e perciò dovrà accettare la verità che si vada sempre avanti da un errore all'altro.
Di sconfitta in sconfitta. Il primo punto della riflessione di Guagliardo, che investe direttamente anche la sua nuova posizione rispetto alla militanza nelle BR, è dunque una demistificazione dell'ideologia. Per ideologia, ricordiamo, si intende “il complesso sistematico di concetti o principi posti alla base di un atteggiamento politico o culturale”. Tale sistema tende a costituirsi come unico ed esclusivo e a porsi in conflitto (a vari livelli, compreso il conflitto violento), con ogni altro sistema. Così come le varie ideologie fatte proprie dalle istituzioni non ammettono la convivenza con ideologie contrastanti e reagiscono in modo repressivo, queste stesse ideologie opposte e rivoluzionarie, nella misura in cui la loro impostazione è appunto ideologica, non potranno che ricostruire un ambiente repressivo. “Il riconoscimento della sconfitta”, ovvero la rinuncia alla pretesa di avere con sé ogni verità (o ogni eresia), “è base necessaria del mutamento”.
In questo modo Guagliardo individua un difetto costitutivo nel metodo stesso della rivolta al sistema, finora fondata su quello che lui chiama “rito del capro espiatorio”, che è lo stesso principio fondamentale delle strutture di potere. Quando un gruppo decide di ricorrere alla violenza Guagliardo si chiede “sono persone nuove, o no?”. Intendono e sono in grado effettivamente di creare qualcosa di diverso da quello contro cui combattono, oppure sono condannati per volontà o ignoranza a riprodurre e perpetuare proprio quello che vorrebbero distruggere?
Fascisti e nazisti e – seppure in modo diverso – alcuni filoni anarchici individualisti, hanno creduto di poter rispondere affermativamente a questa domanda. Hanno ravvisato una funzione catartica nella violenza reattiva, creatrice perciò di relazioni umane e solidali di fronte al pericolo, espressioni di un uomo nuovo.
Anche le Brigate Rosse, scrive Guagliardo, accettando “di non poter essere l'Uomo nuovo che costruiva la nuova società”, ma soltanto una organizzazione di lotta armata all'interno del vecchio mondo, implicitamente e senza rendersene conto adottavano “non solo una tattica ma l'intero modo di pensare di quella cultura i cui frutti contestavamo”. La lotta, rivoluzionaria o di semplice contestazione, se è combattuta sullo stesso piano delle forze contro cui si confronta (che è prima di tutto un piano violento e repressivo) non solo non è efficace, ma anzi si configura come un elemento favorevole alla reazione. Cita Emilio Lusso, in Teoria dell'insurrezione (Milano 1969):
Nessuno può condannare chi, in un momento di oppressione politica, si renda giustizia da sé. Ma il terrorismo politico organizzato è una deviazione della lotta politica. Esso ne costituisce la forma primitiva, lo stadio inferiore. [...] Un movimento rivoluzionario deve rinunciare ad ogni azione terroristica.
L'aderenza alle logiche delle strutture di potere non si limita solo al ricorso alla lotta armata (nella quale il potere avrà necessariamente la meglio), ma arriva a chiudere completamente ogni possibilità di pensiero critico: “che peso può avere, in un'organizzazione che combatte, il dubbio, oppure il pensiero problematico? Questa esigenza può solo autoreprimersi o essere emarginata.” E in questo modo ogni potenziale rivoluzionario è sostanzialmente soffocato. Oppio non è solo la religione, ma “ogni -ismo”, ogni ideologia.
Ciononostante, organizzazioni ideologiche, tra le quali le BR, riscuotono non poca “simpatia”. Come Robin Hood:
Robin Hood viene facilmente applaudito perché è evidente che non sei chiamato a fare come lui ma è lui che fa per te. Tu non puoi seguirlo giacché la sua pratica richiede capacità, disponibilità e mancanza di legami che tu, popolano, non ti puoi permettere... Ma allora cos'è che in realtà ti dà Robin Hood? Ben poco, se si va a vedere: forse solo la soddisfazione del sentimento di vendetta, ossia un'emozione elementare che rischia di fermarsi al risentimento contro i potenti.
Questo esmpio mette in luce la passività della partecipazione delle masse ai fenomeni ideologici, siano essi rivoluzionari, come in questo caso, o reazionari. Una passività molto pericolosa, qualcosa di più di quello “stare alla finestra” che il rivoluzionato armato scarta per scegliere la via della violenza.
L'azione armata, con la sua selettività, oscura questo aspetto tipico della moderna società atomizzata in tutti i suoi rapporti sociali: assolve, verso il basso, ognuno dalla sua micro-responsabilità di servo volontario facendo così scomparire la visione del più grande tiranno mai esistito.
Avendo esaminato come il ricorso alla lotta armata quale metodo rivoluzionario conduca ad esiti di fatto reazionari, non per questo possono essere giustificati atteggiamenti passivi e acritici come il semplice “stare alla finestra” o la partecipazione convinta alla gestione democratica del potere: Guagliardo ci ricorda che “il non violento è tale solo quando rischia più del violento”.
Carlo R. Comanducci
Di sconfitta in sconfitta, Vincenzo Guagliardo, La Grafica Nuova, Torino 2002





LifeType
21/04/2008, 10:59
Molto interessanti le riflessioni di Guagliardo. Mette bene a fuoco un problema central edel nostro tempo: l'essenza reazionaria e antidemocratica della violenza che in ogni caso abolisce il dubbio,la complessità, la partecipazione vera.
Una questione che ne consegue é: come fare a rinunciare alla violenza preservando il conflitto, condizione irrinunciabile per ogni cambiamento sociale?
Il finale mi stimola e mi fa venire la curiosità di sapere come pensa di realizzare in concreto la lotta non-violenta, ovvero come fa il non-violento a "rischiare più del violento".
21/04/2008, 12:39
Ciao Jack!
Ti rispondo un po' in breve. Restano ancora da affrontare tutti i passaggi che portano dalla critica della violenza a quella dell'istituzione carceraria, alla luce della "teoria del capro espiatorio", che a sua volta meriterebbe di essere confrontata con Massa e Potere di Canetti.
Un esempio di lotta non-violenta Guagliardo lo propone in prima persona e riguarda la sua vicenda carceraria: dal suo punto di vista scegliendo di non godere dei benefici della legge Gozzini ha rifiutato di ridurre l'esperienza delle BR ad una serie di casi personali, rivendicandone con anni di reclusione la necessità di analisi a livello politico e sociale. Un altro esempio che riporta è l'emblematico contestatore di piazza Tienanmen... Ma in realtà liquida piuttosto in fretta il problema dell'azione non-violenta: "se è relativamente semplice immaginare una pratica non-violenta, più difficile è elaborare un sistema di pensiero libero dalla violenza". A partire proprio dalla critica del sistema penale: Vincenzo Guagliardo, Dei dolori e delle pene, Sensibili alle foglie, Tivoli 1997.
Sulla violenza e il conflitto ci sono alcuni passi interessanti ne L'uomo in rivolta di Camus, se ho tempo scrivo qualcosa.
Un'ultima nota sul termine democrazia. Guagliardo non considera la nostra una democrazia, ma uno stato liberalista e cita Wallerstein (Dopo il liberalismo, trad. it. 2000): "Non dobbiamo, infatti, dimenticare che democrazia e liberalismo non sono sinonimi, ma, in gran parte, contrari. Il liberalismo fu inventato in risposta alla democrazia. Il problema che diede origine al liberalismo fu quello di contenere l'energia delle classi pericolose, dapprincipio all'interno dei paesi di centro e successivamente all'interno dell'intero sistema mondiale. La soluzione liberale concedeva un certo accesso al potere politico e una certa fruizione della quota del surplus economico, a livelli che non minacciassero l'incessante accumulazione di capitale o il sistema di Stato che lo sosteneva".
CRC
21/04/2008, 14:24
"E' semplice immaginare una pratica non-violenta"...ma è difficilissimo attuarla, e con risultati significativi!
Però capisco cosa intende: un'azione non-violenta (boicottaggio, sciopero, resistenza passiva) può anche essere al servizio di un sistema di pensiero violento, e divenire perciò violenta essa stessa. In particolare nella non-violenza teoria e pratica dovrebbero andare a braccetto in maniera inestricabile.
La scelta di Guagliardo (che, ho scoperto su wikipedia, fece parte del commando che assassinò Guido Rossa) è molto estrema, secondo me merita rispetto: ha "rinnegato" la violenza ma non la lotta e la critica di sistema, come peraltro molti dei suoi compagni/e che oggi sono impegnati/e nel sociale.
Io ho usato il termine "antidemocratico" nel senso più ampio, come sinonimo di autoritario, non mi riferivo necessariamente alla democrazia liberale e liberista.
26/04/2008, 18:25
Ti rispondo con alcune osservazioni di Guagliardo che ho trovato in un capitolo di Resistenza e suicidio. Secondo il suo pensiero la forma base dell'azione non-violenta è l'obiezione di coscienza, e al contrario tutte le pratiche violente ignorano le questioni di coscienza secondo la formula: il fine giustifica i mezzi. L'obbiettore per Guagliardo è colui che per prima cosa non ammette di separare il fine e i mezzi: "il fine vive nel mezzo e perciò solo il mezzo può giustificare il fine, altrimenti può soltanto tradirlo." L'obbiettore è anche colui che disarma quelli che Guagliardo definisce "filistei", ovvero chi acconsente passivamente al potere oppressivo per mancanza di coscienza. Anche rimandare ad un secondo tempo l'azione obbiettrice è considerato un comportamento "filisteo".
"La non-violenza appare allora, tramite l'obiezione, prima ancora che una pratica, una teoria capace di fornire un'analisi diversa del Potere perché è anzitutto ad esso che si riferisce parlando di non-violenza: il potere non nasce dalla violenza, ma dal consenso, più precisamente dalla servitù volontaria".L'obbiettore è dunque colui che nega il consenso e Guagliardo si propone di analizzare questa negazione in tutte le sue forme.
Come vedi il suo ragionamento sul problema della violenza si è esteso e approfondito. Inutile dire che mi trova d'accordo.
Cercherò di affrontare queste e altre idee in un prossimo articolo, a presto
CRC