Alice
 
 

Andavano al mercato, lui e la mamma in un mantello giallo e appiccicoso. Era freddo e stava per mettersi a piovere. La mamma aveva quel sacco con le ruote, se lo tirava dietro e faceva un rumore strano e allegro saltellando tra le buche. C'era una signora con la faccia come di terra spaccata che gli parlava, ma lui ancora non sapeva quello che dicesse. E dei bambini che piangevano, più grandi di lui. Ma sapeva che i bambini piangono per niente.

La gente portava un sacco e chi due, e dovevano essere pesantissimi visto come faticavano a sollevarli da terra. C’erano troppi odori nell’aria e non si riuscivano a distinguere. Uno ricordava l’odore del pozzo, poi passando davanti ad un negozio un altro odore gli faceva venire in mente la vernice delle baracche del suo villaggio, ma più forti c’erano odori di cibo, di frutta, di carne. Il mercato era come guardare un nido di formiche colorate. Un uomo chiamava le Anciue! Belle freschesignore Aanciue!, come se chiamasse chissà quali spiriti nascosti. E intanto si avvicinavano affrettando il passo perché cadevano le prime gocce. Quando l'uomo apparve era basso, coi baffi e agitava le braccia sopra i pesci più grossi e strani che si possano immaginare e mucchi scintillanti di minuscoli pesci argentei e mostri poi, flosci e informi, o duri, rosa, indescrivibili. E intorno altri nascondigli: c’erano tavoli e tavoli di frutta, montagne di ortaggi verdi e viola e arancio e intere carcasse appese dietro le vetrine e negozi, negozi e tavoli li avevano stretti tutto intorno. Tutti prendevano quello che volevano. Per un attimo aveva dimenticato tutto, nella pioggia – e la sua mamma gialla che sorridendo gli diceva: tu da qui non te ne andrai.

 

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