19 Maggio, 2008 11:33
Copyright vs. Community - Un commento
Inviato da anarcosurr, Categorie [ L'empire des lumières ][ (7) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Questo è un commento all'articolo di g. Copyright vs. Community, pubblicato a parte solo per lunghezza. Nel testo si fa riferimento implicito a quanto contenuto nell'articolo e negli altri commenti.
L'analisi storica di Stallman è un po' deludente. L'idea di copyright è nata molto dopo la stampa (si fa riferimento al Copyright Act inglese del 1710). Lo sviluppo (non la nascita) del commercio librario legato alla stampa, per secoli non ha visto né una legge né un'idea di copyright. Giusto per fare un esempio - il Copyright Act interveniva su una situazione in cui la Worshipful Company of Stationers and Newspaper Makers (Stationers' Company) deteneva il monopolio dell'editoria: gli editori appartenenti alla compagnia, legittimata dalla corona, riconoscevano il diritto di “copia” esclusiva al primo loro membro che si aggiudicava la stampa di un'opera. Da qui l'origine del termine “copyright”. Contemporaneamente la Stationers' Company serviva per limitare la libertà di espressione: tutte le pubblicazioni che non avevano la licenza della compagnia erano illegali. Questa funzione è ben evidente se si pensa che agli autori era proibito essere membri della compagnia: in ogni caso essi non potevano decidere di pubblicare indipendentemente.
Quindi la compagnia esercitava sia una forma di regolamentazione della concorrenza fra editori che di censura. La legge sul copyright del 1710 toglieva il monopolio della stampa alla Stationers' Company rivendicando la proprietà intellettuale agli autori: per la durata di 14 anni solo l'autore aveva il diritto di stampare o ristampare la sua opera. Chiaramente all'atto pratico gli editori hanno continuato ad esercitare una censura, perché continuavano ad avere il controllo economico delle pubblicazioni. Ma essi non erano più riuniti una corporazione monopolistica, bensì privati concorrenti, e la legge sanciva il divieto di pubblicare senza il consenso dell'autore e appropriandosi arbitrariamente dei guadagni.
Questa situazione, non poi molto diversa dalla nostra, non risolve né il problema della libertà di stampa, né tutti quelli quelli legati alla proprietà intellettuale; riconosce solo il diritto ad una parte di compenso per gli autori.
Noi siamo abituati ad intendere il copyright come una limitazione della possibilità di riproduzione e diffusione di un'opera da parte dei fruitori, ma questa, come si può vedere, è una situazione moderna. Essa è legata all'innovazione tecnologica, che mette a rischio, più che la proprietà intellettuale, l'esistenza stessa degli editori. Oggi gli affari della moderna Stationers' Company (che è poi l'insieme dei media) sono minati dalla possibilità per chiunque di far circolare liberamente un testo (o un brano musicale, un'immagine, un filmato...) senza il bisogno di capacità tecniche o di capitali.
Questo apre due problemi: da un lato la tutela dell'indipendenza e dei guadagni degli autori in un sistema che tende ad annullare le strutture editoriali, dall'altro la difesa da tentativi monopolistici e illiberali di limitare la libertà di diffusione delle idee e di quelli che sono i “supporti” della cultura.
In che misura una limitazione della riproduzione e circolazione di opere rispetto al potenziale danneggia la cultura?
Ci sono alcune cose, sostiene Stalmann ma non solo lui, che sono di proprietà della comunità, anche se derivano dal genio di un singolo o di pochi, e di queste cose innanzitutto non deve essere fatto commercio, o almeno non un commercio che ne limiti o ne impedisca la diffusione.
Nella maggior parte dei casi delegare a strutture che si basano sul profitto la gestione di un bene, specialmente di un bene collettivo, non solo può essere considerato umanamente ingiusto, ma è tecnicamente controproduttivo. Nel senso che si troverà sempre un sistema migliore, non basato sul profitto. Il denaro non è un incentivo – lo è solo per gente che, a mio parere, è sufficientemente arrogante o misera da non poter essere veramente intelligente. Tendenzialmente un sistema che mette in crisi i profitti delle aziende che lavorano con la cultura non può che favorirne la diffusione. Tuttavia una diffusione così massiccia e indeterminata di informazioni può avere qualche aspetto negativo.
Per prima cosa bisogna dire che tutto ha rilevanza culturale – un'opera storica, un articolo, una canzone o la traduzione di un fumetto. Non solo per le opere storiche dunque, ma anche per le quelle artistiche la riconoscibilità dell'autore, la corretta datazione e la tutela dell'integrità del testo sono di grande importanza. E in generale mi sembra che la cultura del web su questo punto sia carente – penso a wikipedia, i cui articoli sono molto spesso privi di bibliografia – e questo probabilmente dipende dalla solita mancanza di dialogo fra le “due culture”, quella scientifica e quella umanistica.
A parte il diritto morale dell'autore a vedersi riconosciuta la “maternità” delle sue opere (paternità mi sembra un termine inappropriato), una libertà incontrollata di modificare il testo rischierebbe di dare adito a forme di mistificazione e censura strisciante. Oppure di rinforzare quella che si potrebbe chiamare censura di massa: se già molte opere (di solito giudicate di non elevato valore anche se di sicuro interesse culturale in senso ampio) vengono oggi confezionate esclusivamente in vista del gusto del pubblico, cosa succederebbe se venisse a mancare l'attività meritoria di quegli editori che decidono di stampare e diffondere un'opera “scomoda”, di cui non c'è richiesta sul mercato, ma che potrebbe avere in molti modi un notevole interesse? Potrebbe venire pubblicata in rete dall'autore e diffusa attraverso il web, ma a patto che la sua integrità e “maternità” vengano tutelate. E non sono i mezzi che mancano.
Un problema parallelo riguarda direttamente gli artisti. Come deve essere pagato chi per scelta di vita è al servizio della comunità, e specialmente l'artista, mantenendo la maternità delle sue opere e la sua indipendenza, intesa sia come assenza di influenza da parte di sistemi di potere, sia come possibilità di andare contro i desideri e le aspettative di tutti?
Visti i tempi bui, per quanto si possano trovare nuove vie di guadagnare il denaro necessario a diventare e continuare ad essere un buon artista, credo che solo in pochi privilegiati e fortunati si potranno permettere di vivere d'arte e vivere d'amore... Comunque spero che la pubblicazione in rete permetta se non altro maggiori spazi di confronto per una diffusione del lavoro d'arte tra tutti, dilettanti e professionisti.
CRC





LifeType
21/05/2008, 14:33
In effetti penso che la possibilità di vivere d'arte sia negata da una situazione più generale che oltrepassa il problema di vendita e distribuzione dei proventi.
In Francia ad esempio la sperimentazione in campo teatrale e cinematografica é finanziata generosamente e per gli artisti emergenti ci sono sussidi pubblici e condizioni previdenziali più vantaggiose che da noi.
Forse uno dei guai é che non si è fatta ancora strada in Italia la cultura della professionalizzazione dell'artista: suonare, recitare, scrivere è un lavoro come gli altri e come gli altri dovrebbe essere retribuito e tutelato.
03/06/2008, 15:05
Quello che mi sembra tu abbia in mente va in direzione di un maggior riconoscimento della funzione pubblica degli artisti liberi da ogni genere di committenza da parte dello stato. Allo stesso modo è importante salvaguardare e promuovere questo tipo di libertà e di riconoscimento anche per gli scienziati - perché anche il loro lavoro è negativamente influenzato dalla committenza, dagli interessi commerciali legati alla ricerca. Questo punto è affrontato lucidamente da Stallman quando dice, con forza e semplicità, che alcune cose sono comunitarie, punto. Bene dunque le sovvenzioni statali (ovviamente se dispensate senza condizionamenti).
Facevamo un discorso di questo tipo, riguardo all'ambito musicale, con Antonello, e lui (che gestisce un piccolo negozio di dischi) come sai si diceva pronto a passare da venditore a "bibliotecario musicale", in uno scenario dove l'intervento dello stato poteva garantire di vivere d'arte e, a tutti, di accedere gratuitamente ai frutti del lavoro degli artisti.
Di nuovo, il punto sta nell'indipendenza: maggiori sovvenzioni statali sarebbero senz'altro positive, ma mi sembra che si debba partire innanzitutto da quelle scelte che permettono di schivare i condizionamenti, sia dall'alto che dal basso, sia che siano economicamente valide, sia che siano invece controproduttive. Non è detto che lo stato sia la struttura migliore per favorire una ricerca (artistica e scientifica) libera e ad ampio spettro. Ma in questo caso più che in altri, mi sembra che un finanziamento "illuminato" possa essere positivo - visti anche tanti buoni risultati.
Per me, personalmente, è un problema aperto.
E mi rendo conto di essere un po' prolisso su questi argomenti, forse proprio perché non ho una soluzione chiara in mente...
Ciao,
Carlo
03/06/2008, 15:58
Di certo è un problema di non facile soluzione.
Io mi riferivo in realtà non solo alla questione dei sussidi pubblici ma anche alla "professionalizzazione" degli artisti, al fatto che comunemente da noi vengono considerati dei privilegiati che se la spassano e non dei lavoratori, seppure di una categoria particolare.
Ad esempio una nostra cara amica di famiglia, bravissima cantante di jazz e di musica popolare, ha fatto moltissimi concerti in giro per l'Italia con altre due cantanti, e mi raccontava di come gli organizzatori si aspettassero che loro suonassero gratis come se fosse una cosa assolutamente dovuta e normale. Addirittura ho sentito di un ottimo gruppo rock genovese che è venuto a suonare in università a cui hanno CHIESTO di PAGARE mille euro per suonare in un locale!
Per quanto riguarda il finanziamento pubblico è vero che può imporre dei limiti e dei condizionamenti, e che spesso comporta sprechi scandalosi.
Ma è un fatto secondo me che solo lo Stato possa garantire la sperimentazione in certi campi in cui ci vogliono fondi ingenti, ad esempio il cinema e un certo tipo di teatro (nella musica magari è diverso, non lo so). Cito esempi a caso in vari periodi e paesi: Bresson ha poturo girare il suo ultimo durissimo film che nessuno gli voleva produrre grazie ad un finanziamento statale; Lynch ha esordito con il contributo di enti pubblici; gli stessi "Gomorra" e "Il Divo" si sono potuti fare anche grazie ai finanziamenti del ministero e del Fondo per lo Spettacolo, anche se nel secondo caso la pavida Rai ha negato il suo contributo.
Se la situazione fosse lasciata al mercato sarebbe certo molto più difficile produrre e distribuire "film d'arte" e/o d'impegno civile, che difficilmente hanno un ritorno economico sicuro e garantito.
Certo, si può sperimentare a costo zero ingegnandosi, anche con ottimi risultati...ma chi l'ha detto che gli alti budget deve averli solo Emmerich per farci vedere quanto sono realistici i mammut e le tigri dai denti a sciabola?
03/06/2008, 16:56
Infatti sono favorevole ai finanziamenti pubblici, proprio visto i buoni risultati. Putroppo non sembra poter essere la soluzione definitiva:
1) se qualcuno volesse fare un documentario sulla brutalità della polizia, o sull'idiozia e il razzismo dilagante, non credo che troverebbe fondi statali. Ma questo è ovvio e potevo evitare di scriverlo.
2) bisogna vedere come va avanti e questo governo ha già dato un taglio ai finanziamenti (tra quelli per consentire l'abolizione dell'ici).
E invece sarebbe il caso non solo di discutere sull'opportunità di incrementarli, ma anche di riconoscere che si tratta di una spesa fondamentale e insopprimibile, tra le altre, perché si possa dire d'essere in una società civile.
Ma via via mi rendo conto che non c'è poi molto da dire: come le cose dovrebbero essere in linea di principio ci è tanto chiaro (e che le cose vanno in tutt'altro modo ci è tanto evidente) da rendere inutile in questi casi discutere sulla teoria.
Quello che serve è cercare un problema concreto da risolvere.
CRC
03/06/2008, 17:16
Scusa Carlo, forse non mi sono spiegato bene.
Non era una risposta polemica a te: volevo solo aggiungere altri elementi alla discussione e specificare cosa intendo per "professionalizzazione" degli artisti (non solo fondi statali ma atteggiamento culturale diverso).
Jack
03/06/2008, 17:31
Allora neanche io mi sono spiegato bene! La "risposta inutile" era la mia al tuo commento - nel senso che sarebbe più utile individuare un problema!
03/06/2008, 18:13
Equivoci da non-blog...