La lotta è vinta dai compromessi che la snaturano. Le parti positive dei compromessi vengono eliminate dalla repressione, a cui sopravvive solo il peggio. Se sopravvive qualcosa. E solo la lotta può opporsi alla repressione.

Possiamo giocare tutte le volte che vogliamo, ma finché le regole sono queste nulla può cambiare.


Se non cambiamo il nostro modo di concepire la realtà, non la cambieremo mai.


Allora, diamo per scontato che c'è qualcosa che non abbiamo capito. Che noi stessi nei confronti della lotta ci comportiamo secondo schemi che non comprendiamo fino in fondo.


Chiedersi come fare la lotta è chiedersi che cosa è la lotta. Come ne parliamo, come ne sogniamo, come la facciamo (o non la facciamo)?


Pensiero, linguaggio e azione sono connessi e, spesso inconsciamente, condividono le stesse strutture.


Queste strutture possono essere descritte come discorsi, metafore, schemi di comportamento, pulsioni, ideologie... esistono varie discipline che se ne occupano da vari punti di vista.


Dunque, quali sono queste strutture? Come si manifestano nel linguaggio? Come influenzano l'attività dei gruppi? Come definiscono l'idea stessa di gruppi, di iniziative, di attivismo e i loro campi e possibilità di azione?


Infine, come possono essere cambiate e in che direzione?



Carlo

 

 

 


 

 

L'università non dovrebbe nutrire le menti?

Quando l'ho vista non ci credevo. Ma in fondo non vedo cosa ci sia da stupirsi. L'americano medio è felice e plaudente di fronte a qualsiasi società faccia soldi, poichè questo incarna lo spirito americano..Ed ecco che per fare breccia nel cuore dei giovani un colosso dell'informatica, incarnazione dell'America, ma meno cool di altre aziende di grido, prima tra tutte Apple, cavalca un tormentone tra gli studenti, i free burritos, per farne un cavallo di battaglia. Che, a ben vedere, suona anche di
cattivo gusto in un paese che pullula di obesi e che dovrebbe avere il miglioramento delle diete dei suoi cittadini come uno dei massimi obiettivi.

Grazie padrone, per il cibo che mi dai.

g.

 

Leggete questo articolo di Baricco sui finanziamenti pubblici alla cultura pubblicato da Repubblica. Significativamente non troverete una sola volta la parola diritto. Si trovano invece termini come stagnazione, privilegio, consumo culturale, profitti, qualità.

Baricco scrive da un altro mondo, vive in un incubo dove l'aggressività delle imprese private finanziate dallo stato produce la cultura di base, dove l'istruzione pubblica si è distrutta da sola e dove il mondo dei libri che gli editori ci consegnano è tutta la libertà culturale di cui abbiamo bisogno. Per lui il teatro, con “quel fare rotondo e naturale” (!?) che gli è proprio, dovrebbe semplicemente mettere in linea “uno che scrive, uno che recita, uno che mette in scena e uno che ha soldi da investire”: la stessa rotonda e naturale linearità dell'apparato digerente.

E ha il coraggio di chiamare utopia le sue proposte idiote (tutto in cambio di una serata di buona televisione alla settimana) mentre di fatto non fanno che assecondare gli aspetti peggiori dello stato delle cose e seguire la peggiore corrente.


crc

 
 

Appunti da Marcuse, L'autorità e la famiglia – Lutero e Calvino

 

 



  Dal 1930 l'Institut für Sozialforschung con Horkheimer, Marcuse e Fromm attraverso gli Studien über Autorität und Familie favorisce una apertura del campo della critica sociale d'impostazione marxista agli studi sulla psicologia individuale.

Partendo dal presupposto che “coesione e sopravvivenza degli ordinamenti sociali non sono spiegabili con puri fattori economici né con l'opera della violenza” l'Institut für Sozialforschung si proponeva di indagare il rapporto dialettico “che connette il reale dominio di classe con la sua interiorizzazione nella psiche individuale e collettiva e con la sua legittimazione in forma di ideologia politica, filosofica o religiosa”.

Il contributo di Marcuse agli Studien si concentra sull'analisi del rapporto autoritario, e dunque dei concetti di libertà e di illibertà, nelle loro formulazioni all'interno della filosofia borghese.

Alcuni elementi che sono entrati a far parte in modo stabile del concetto borghese di libertà vengono fatti risalire da Marcuse al pensiero di Lutero: “assegnazione della libertà alla sfera interna della persona, all'uomo interiore, contemporaneamente alla sottomissione dell'uomo esteriore al sistema delle autorità mondane; trascendimento di questo sistema di autorità terrene nell'autonomia e ragione privata; separazione della persona e dell'opera (persona e ufficio) con una doppia morale; giustificazione dell'illibertà e ineguaglianza reale quale conseguenza della libertà e uguaglianza interna”.

La libertà che Lutero riconosce agli uomini è tanto assoluta quanto tale che “non può produrre nessuna azione e nessuna opera quale sua libera attuazione e realizzazione”. Il nucleo della persona dunque non è il soggetto della prassi e la prassi gli è indifferente: “in questo modo la persona viene esonerata dalla responsabilità per la propria prassi in una misura fino allora ignota”.

Tale separazione, che sembra rivendicare un baluardo di libertà inalienabile per l'individuo, che non possa essere condizionata o soppressa dalla realtà sociale, in realtà sta alla base della giustificazione della società autoritaria specificamente borghese. La non necessità di confrontare la libertà interna con la realtà sociale è infatti usata per determinare la non giudicabilità della realtà esterna nei confronti della libertà degli individui: “l'ordine esteriore è commisurato interamente ai criteri a cui sono soggetti la prassi e le opere, staccate dalla persona”, il diritto è immanente alla sfera delle autorità mondane e non può essere giudicato dai singoli individui.

Riconoscere la libertà dell'uomo come un a priori interno, assolutamente indipendente dalla realtà sociale, preclude ogni possibilità di influire sulla società in modo da renderla effettivamente più libera: al contrario, “se l'illibertà esterna può compromettere l'essere autentico dell'uomo, se della libertà o illibertà dell'uomo si decide nella prassi sociale e non in astratto, allora l'uomo è libero da Dio e può diventare libero per se stesso nel significato più pericoloso del termine”.

Per Lutero dunque, come poi per Calvino, “la libertà cristiana non solo non presuppone il libero arbitrio, ma lo esclude”.

Con il crollo della gerarchia ecclesiastica nei paesi protestanti e “in connessione con la dottrina protestante borghese della riforma si verifica [...] una riorganizzazione programmatica della famiglia e un forte consolidamento dell'autorità del pater familias”.

Per Lutero l'inevitabile sottomissione degli individui ad una autorità sociale deve essere preparata attraverso l'onore tributato dai bambini alla madre e, soprattutto, al padre: “il comandamento impone di onorare i genitori affinché la caparbietà dei bambini sia piegata, ed essi diventino umili e miti”.

Calvino individua invece nell'educazione in seno alla famiglia una funzione psicologica più sottile. Poiché l'animo e la mente umane mal sopportano la sottomissione, essi sono abituati dolcemente a sottomettersi attraverso l'accettazione dell'autorità dei genitori, alla cui tutela tutti i bambini sono sottoposti e che “per natura è più delle altre oggetto di amore, e meno di ostilità”. “Ben di rado”, commenta Marcuse, “la funzione sociale della famiglia nel sistema delle autorità borghesi è stata formulata in modo più chiaro”.


Herbert Marcuse, L'autorità e la famiglia, Einaudi, Torino 1960

 

Girato da Vittorio De Seta nel 1966 senza un copione, il film è dedicato allo psicoanalista junghiano Bernhardt con cui il regista era in analisi dal 1958. Un uomo a metà non mette in scena la realtà materiale del setting, la stanza d'analisi, il divano, nemmeno le parole della terapia, ma arriva a rappresentarla dall'interno, attraverso le immagini.

Il film è tecnicamente molto complesso: inquadrature eccentriche, spesso in parte coperte da elementi naturali o geometrie umane, inquadratura dall'alto e dal basso, flash di immagini, un continuo gioco tra fuoco e fuori fuoco, rallentatore, voci che sembrano fuori campo, primissimi piani dei volti, continui stacchi che alterano le posizioni degli stessi elementi dell'inquadratura.

E questo immenso patrimonio tecnico riesce a non appesantire la narrazione e a donare al film l'aspetto di un sogno, o meglio dell'elaborazione di un sogno.

Il punto di vista del film non è tanto interno, in prima persona, quanto in terza persona soggettiva. Michele, il protagonista, è quasi sempre presente come osservatore. Ciò che vede e il suo volto sono inquadrati contemporaneamente.

 

 

L'intero film può essere diviso in due blocchi: il primo riguarda il trauma più superficiale della fine della storia d'amore tra Michele e la sua donna, Elena; il secondo, successivo e più profondo, rimette in atto lo stesso contenuto psicologico situandolo nella giovinezza di Michele.

Michele rivive più che ricordare: è adulto in mezzo ai personaggi della sua infanzia, e continua ad essere interpretato da Perrin. Un uomo a metà trova così una soluzione di estrema eleganza ed efficacia per trattare il processo analitico.

La narrazione procede per salti dall'interno all'esterno e dal passato al presente, o per meglio dire descrive uno spazio-tempo che si trova contemporaneamente nel passato e nel presente di Michele, nel suo mondo interno e nel mondo reale. In questo senso la struttura minuta del film è quella di un sogno.

Alcune immagini isolate e collocate in anticipo rispetto agli altri elementi necessari alla loro comprensione hanno un particolare rilievo nel film. Ad esempio l'inquadratura del piede di Michele trafitto dalla fiocina, gli uccelli uccisi in volo e il volto capovolto del fratello morto, visto tra le fiamme e attraverso i raggi della ruota della sua motocicletta. Queste immagini, di cui lo spettatore è costretto ad attendere la spiegazione, costituiscono le rappresentazioni sintetiche di altrettanti nodi della propria psiche che Michele deve sciogliere. Lunghe sequenze del film sono strutturate dunque come la “soluzione” di queste immagini, facendo sì che lo spettatore segua e si identifichi con il processo conoscitivo di Michele.

Con Jung si può dire di Un uomo a metà che “questa intera creazione è essenzialmente soggettiva, e il sogno è il teatro dove il sognatore è allo stesso tempo sia la scena, l'attore, il suggeritore, il direttore di scena, il manager, l'attore, il pubblico e il critico”, che tutti i personaggi, le scene, il montaggio, i dialoghi sono parte del mondo interno di Michele. La loro esistenza nel film non è autonoma ed essi si trovano e sono come generati dalla sua psiche. La ragazza di cui Michele è innamorato nella sua giovinezza è già una donna, ha la voce di una donna, ed è contemporaneamente Elena che lo ha abbandonato. La madre, una madre terribile, fallica e castratoria, che lo frusta come un cavallo, spara con il fucile come un uomo e detta legge come un ufficiale, è la rappresentazione negativa della madre che Michele ha vissuto nel suo mondo interno.

Allo stesso modo il fratello partecipa dell'immagine del padre che Michele ha dentro di sé. La preferenza per lui sia da parte della madre, che della ragazza, svela il carattere edipico delle fantasie sulle quali Michele costruisce questo personaggio assolutamente virile: affascinante eroe di guerra, compagno di caccia della madre, amante della ragazza, guidatore spericolato della motocicletta.

Un'analisi del significato psicoanalitico del film sarebbe riduttiva come il tentativo di raccontarlo nei dettagli. Ma si può dire che il nucleo centrale sia un problema di virilità impostato in termini classicamente freudiani: un uomo a metà è un uomo “tagliato”, castrato, il bambino nella situazione edipica. Il bambino nella prima adolescenza preso tra i desideri e le fantasie legate alla scoperta della sessualità e il senso di colpa che deriva da esse e dall'abbandono del protettivo, e contemporaneamente soffocante, mondo materno (non a caso vivono in un ex-convento).

 

 

Un'analisi dei simboli potrebbe cominciare dai luoghi del film: la foresta, l'acqua continuamente presente, la casa di Elena, la casa della madre e di Michele bambino, i rami alti degli alberi che sembrano, anch'essi, osservare.

Poi gli oggetti: il fucile, il frustino, la motocicletta, ma anche le forbici e il tagliacarte, i libri e l'affresco della Via Crucis nella stanza dove la madre punisce Michele dopo che l'ha sorpreso insieme alla ragazza – un inventario della repressione e della censura che da una dimensione intrapsichica acquista per un momento una risonanza sociale e culturale.

Il film si presenta come un invito alla conoscenza e alla comprensione e accettazione delle oscure profondità umane. Anche questo è un modo in cui un'esperienza personale viene riflessa, un modo in cui anche la psicoanalisi agisce, nel concreto sull'intero corpo sociale.


crc

 

Link al torrent del film

 

Intervista di Goffredo Fofi a de Seta, pp. 49-55  Un uomo a metà : DeSeta.pdf

Goffredo Fofi, "Conversazione con Vittorio de Seta", in Vittorio de Seta. Il mondo perduto, a cura di Goffredo Fofi e Gianni Volpi, Lindau, Torino 1999

Ora anche in AA.VV., La fatica delle mani. Scritti su Vittorio de Seta, a cura di Mario Capello, Feltrinelli, Milano 2008, allegato con il dvd Il mondo perduto. I cortometraggi di Vittorio de Seta 1954-1959

 

 

 

Dio non esiste...

 

















 

 

 

 

 

 

 

 

 

... ma la Chiesa sì

Apprendo da qui. Al Jazeera ha deciso di rilasciare tutti i suoi servizi dalla striscia di Gaza sotto licenza creative commons. Ora, questo è importante per due ragioni:

- Primo, mentre la maggior parte delle tv piange e fa causa a chi condivide le loro cagate epocali, questi decidono di condividere il loro lavoro. Chiaro, è anche un'operazione di marketing, perchè il loro logo campeggia su tutti questi video, ma è anche la testimonianza di come questa tv creda in un modo diverso di diffondere i saperi. Molti dovrebbero prendere esempio.

- Secondo, nel momento in cui i media occidentali sono impotenti, a causa dell'embargo, dei bombardamenti alle sedi ONU, della compiacenza bipartisan di cui siamo infestati (Santoro docet), è un mezzo utilissimo per diffondere informazione su ciò che realmente sta accadendo a Gaza.

Pur non avendo simpatia per le televisioni commerciali, mi sembra un'iniziativa lodevole.

Potete trovare i video su: http://cc.aljazeera.net.

g.

 
Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d'obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.
 
g.

Avevo già analizzato qui il delirio collettivo che pervade la rete, la cosiddetta "blogosfera", il cosiddetto "web 2.0". Termini che odio. La rete per me dovrebbe essere ancora quella di dieci anni fa, una gigastesca distesa dove esprimere sè stessi e le proprie idee, in libertà. Dove le poche isole controllate da questa o quella corporation sono ausili per il navigante, e non costrizioni, e se uno le vuole evitare, è libero di farlo. Ricordo i motori di ricerca arcaici, dove era un'impresa trovar qualcosa, ma, giunti sulla pagina desiderata, sembrava di aver scovato chissà quale tesoro.
Ricordo l'avvento di Google, con le ricerche che diventavano sempre più facili, con le pagine cercate che arrivavano senza più fatica. Qualche anno dopo, ci siamo resi conto che, forse, quel gigante con la G non era poi così diverso dalle corporation di cui avevamo imparato a diffidare. Nell'era dell'informazione, le informazioni sono diventate oro, e chi le possiede può esercitare un potere pressochè sconfinato. Brin e Page avevano elaborato una macchina ingegnosa, che, nel giro di qualche anno, lavorando con fatica, era riuscita a raccogliere un numero di informazioni tale da rendere straricchi loro e i loro inserzionisti.
Ora, questa forma di capitalismo, sebbene, all'epoca innovativa, rielabora i canoni di sempre: qualcuno ha un'idea, fatica per metterla in piedi, corre il rischio di fallire più volte, e alla fine incassa i milioni, stando attento che un altro pescecane non gli faccia la festa.
Ma le meraviglie del web formato 2.0 hanno superato questo vetusto e dispendioso modello. All'alba del 2009, chi ancora fatica per avere successo (anche se sulle spalle altrui) spreca energie.
Create allora un portale, messo lì, ufficialmente, per ritrovare i vostri amici perduti di vista dal liceo. Date la possibilità a chiunque di iscriversi, creare reti di socialità, mettere dentro foto e qualsiasi informazione su sè stessi, aggiungete un accordo di licenza al limite del ridicolo (ma tanto chi li legge?) e mettetevi comodi nella vostra villa di San Josè o di chissà dove ad aspettare, tra Martini e piscine. Miracoli del web, le informazioni fluiscono da sole! In milioni, a inserire tutto ciò che hanno da dire di sè, la lista di tutti i loro amici, cosa piace loro, cosa gli fa schifo, chi ucciderebbero, non importa se zingari, ebrei o chicchessia... in un decimo del tempo impiegato da Google, ecco avere tutte le informazioni necessarie per bersagliare questi produttivi utenti di pubblicità. Con un vantaggio in più: le informazioni sono già ritagliate a misura sull'utente, e non sono più necessarie quelle tecniche di data mining e marketing con cui gli informatici si masturbano il cervello. Ma c'è di più. Il delirio non poteva finire qui. Ecco gli utenti stessi che iniziano a fare pubblicità, gratuitamente, e apparentemente senza nessuna ragione se non alimentare questo gioco perverso. Ecco il tuo miglior amico che ti informa di essere diventato fan di una bibita dalla lattina rossa, ed ecco che anche tu lo diventi, perchè ti piace da impazzire, e l'informazione si propaga per tutta la rete di amici. Pubblicità gratuita, e mirata al target giusto. Per una sit-com, o qualunque altra cagata, è un attimo diventare popolari.
Non finisce ancora qui. Giochini più o meno stupidi iniziano a spuntare, che un utente può inserire nella sua pagina. La gente ci perde le giornate. Quello che non sanno, è che quei giochini possono ottenere all'instante tutte le informazioni che loro, più o meno inconsapevolmente, hanno "regalato" al social network. E usarle per chissà quali fini, senza neanche pagare un obolo a quei filantropi che hanno creato questa sorta di summa dell'umanità intera. Informazioni, magari anche molto private (ma perchè le pubblicate??) che diventano di dominio pubblico, ottenibili da chiunque, non solo dagli "amici". Già, gli amici.
Gli amici meritano un discorso a parte. Mi considero una persona abbastanza socievole, ma, a contarli a uno a uno, fatico ad arrivare a 30 amici... e qui c'è gente che ne ha centinaia... è cambiato il significato di amicizia? Beh, il gioco perverso sta anche in questo. Più il network spinge a fare amicizia, più le informazioni utili per chi lo controlla si propagheranno, e raggiungeranno un pubblico più vasto. Non destinatari casuali, come nel caso dello spam (dilettanti!), ma un uditorio rigorosamente selezionato per provenienza, livello culturale ed età. E poco importa se quello che ti ha appena chiesto amicizia non ti saluta nemmeno quando ti vede ed è anche fascista, avere più amici ti rende più popolare...
La creatura cresce ad ogni minuto, e non è controllabile. Se tu hai un po' di pudore e non pubblichi quella foto di te ubriaco e vestito da suora, qualche tuo amico lo farà di certo, e ci appiccicherà il tuo nome. E resterà lì per sempre. E tu, meschino, non avrai neanche il copyright su di essa. Magari, tra 4 o 5 anni, la useranno come immagine per la campagna pubblicitaria di qualche azienda che non sopporti. Questo è Facebook, amico.
Purtroppo, a stare lontani da questi meccanismi sono sempre meno persone, e farsi fagocitare è sempre più semplice. Noi, per ora, resistiamo.
 
g.
 
L'immagine è stata presa da qui

 

 

 

Mentre a Gaza la gente continua a morire, e c'è chi si diverte a giocare con le filastrocche natalizie, un nuovo gioco arriva in rete a scuotere gli animi:

Raid Gaza: the game

Si tratta di uno dei giochini in flash che ci hanno abituato a vivere in modo critico i momenti di svago. Sì, lo so che flash è proprietario e andrebbe evitato come la peste, ma tant'è...

Il giochino in sè non è un granchè, si impersona l'esercito israeliano che deve distruggere Gaza. Nella miglior tradizione dei giochi di strategia per le masse, bisogna costruire una base militare in cui ogni edificio ha una funzione, e poi costruire carri armati, fanti e aerei. L'obiettivo, manco a dirlo, è uccidere il maggior numero di palestinesi rispetto agli israeliani morti. I pericolosissimi palestinesi, infatti, lanciano, di tanto in tanto, razzi a caso, che potrebbero, ma anche no, colpire un unità israeliana. Gli israeliani, invece, colpiscono sempre. Se si colpisce un ospedale, si guadagnano punti bonus.

Ho fatto una partita, e sono riuscito a uccidere 15 palestinesi per ogni israeliano perso. Alla fine, però, il democraticissimo Olmert mi informa che, nel 2007, le offensive israeliane causarono 25 vittime palestinesi per ogni vittima dell'altra fazione.

Questa volta, tristemente, la finzione non è riuscita a superare la realtà.

 

g.

 

Mi è semblato di vedere un fascio... sì, sì, era proprio un fascio!


 

 

Passi lo squadrismo, la violenza, l'ignoranza, la sponda criminale delle istituzioni, dell'Utri, passino anche le strumentalizzazioni, l'idiozia... ma i canarini! Vergogna! Fate piangere amaro i vostri gerarchi, all'idea che quel che resta dei loro fedeli si abbassi a fare ritorsioni sugli uccelli domestici.

A noi ci fate ridere.

E ai canarini non fate paura.

 

 

 

Il governo vuole spostare la protesta di questi giorni su un piano che giustifichi la repressione, spingendo il movimento a risoluzioni più violente, facilmente manipolabili dai media e che lo allontanerebbero dai docenti e dalla popolazione. E' il solito trucco, vediamo di non cascarci. Cerchiamo di non contribuire a soffocare le nostre stesse iniziative - è già abbastanza difficile così e dovremmo cercare di resistere per molto tempo. Continuiamo le lezioni in piazza, continuiamo a fare informazione diretta, a parlare con le persone, teniamo vive la gioia e l'intelligenza che si sono viste in questi giorni. Su queste cose la polizia non ha alcun potere.

Quartiere tranquillo, casette a uno o due piani, la vicina porta fuori il cane. Qui nessuno sa guidare. A ogni incrocio, ci sono 4 stop, e i suv si fermano, e dai vetri scuri puoi scorgere lo sguardo terrorizzato di chi non sa cosa fare, e per paura si ferma e ti lascia passare, pedone, ciclista o chiunque tu sia. Mi domando cosa succede quando al posto mio c'è un altro nelle medesime condizioni di questo autista. Poco più in là ogni mattina un vecchio fa l'alzabandiera, forse in silenzio, forse recitando il saluto che ti obbligano a ripetere ogni mattina a scuola.

Ecco la casa di un piccolo politico locale, faccia pulita, sorriso smagliante, da venditore di auto usate, probabilmente qualche scheletro nell'armadio. Ma questa mattina c'è qualcosa di diverso: Il giardino è recintato da nastro giallo, di quello che la polizia  usa per delimitare le zone teatro di un'indagine. Sul prato, decine di lapidi. Mi avvicino, pensando a un gesto di dissenso, a una dimostrazione anarchica, messa lì per far sapere a me, e a chiunque passi, quanti morti ha sulla coscienza quest'uomo. Ma dalle lapidi escono scheletri, e sorridono.Halloween è tra 10 giorni.

 

Sera, il campus è quasi deserto. Io vado in giro rin parte iflettendo sui profondi significati dell'ultimo film di Werner Herzog e in parte immerso in una molto più prosaica ricerca di un posto che si degni di servirmi da mangiare dopo le 9 di sera (Mc Donald's e affini a parte) e sento una voce che mi chama. Lei, tipica ragazza da college, vestitino succinto in barba al freddo, sguardo penetrante, lui, capelli al vento e skateboard. - Excuse me, can we ask you a random question? -  ok, dico io - how do you call a person who studies weather? - Meteorologist - Lui mi guarda col suo sguardo spento (congenito o a causa del fumo - non mi è dato saperlo) - Ah ah i thought a meteorologist studied the meteros... - e se ne vanno.

Quello che vedete nei film dei college americani è tutto vero.

 

Brunetta attacca il diritto di sciopero. Se le sue proposte vengono approvate, tanto meglio, ma non credo che sia questo il suo obbiettivo. Le spara così grosse che sa che non saranno approvate, ma tuttavia avranno comunque l'effetto di catalizzare il dibattito: si potrà sempre parlare delle sue assurde proposte e in generale del diritto di sciopero invece che delle cause e delle rivendicazioni dello sciopero stesso. Quando poi lo sciopero si farà, sarà costato il doppio delle energie e già saremo contenti di essere riusciti a farlo, e sarà più difficile portare avanti la lotta.

Il punto è come mai Brunetta si può permettere questa pericolosa pagliacciata. Le sue proposte hanno presa perché in fondo molta gente è contro lo sciopero, quindi non sente come un plateale attacco alla democrazia la sua cancellazione. E questo accade io credo perché molta gente non ha mai partecipato ad uno sciopero, vuoi in senso stretto perché non ne ha mai avuto bisogno, vuoi in senso lato perché non ha avuto la cultura di capire che ogni sciopero in ogni settore riguarda tutti i cittadini. Chi ha bisogno di scioperare e chi riconosce che ne abbiamo bisogno tutti sono dunque una minoranza, che può essere attaccata e vinta con gli strumenti della democrazia. Come se non bastasse, e non basta perché per fortuna la nostra democrazia ha ancora qualche radice nel suo passato comunista e partigiano, la destra di Berlusconi gioca indisturbata le sue carte davanti ai volti assenti della sinistra e dietro ai culi dei sindacati.

 

CRC