12 Maggio, 2008 21:31
Copyright vs. Community
Inviato da anarcosurr, Categorie [ La Sortie de l'école , L'empire des lumières ][ (3) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Spesso si ritiene che il copyright, nelle incarnazioni con cui siamo abituati a confrontarci, sia parte integrante e fondante della nostra società. In genere si pensa che, senza diritto d'autore, nessuno sarebbe spinto a creare alcunchè di nuovo.
In questo articolo analizzeremo come quello che oggi chiamiamo diritto d'autore sia tutto tranne che una tutela per gli artisti o, più in generale, per i creatori di nuova conoscenza.
Il copyright moderno nacque successivamente all'invenzione della stampa. Prima di questo evento, chiunque poteva copiare un libro semplicemente facendolo di suo pugno. Di fatto il commercio delle opere non esisteva, e quindi non si sentiva il bisogno di legiferare sull'argomento. Un autore veniva pagato per scrivere un'opera, in genere dal potente di turno, ma non vedeva una lira per le copie del suo libro che venivano prodotte dopo la prima stesura.
Con l'avvento della stampa la situazione cambiò radicalmente, in quanto iniziarono a nascere gli editori, che, stampando migliaia di copie dei libri che gli autori scrivevano, iniziarono a creare profitto dalla diffusione di un libro su larga scala. Per assicurarsi di avere sempre nuove uscite con cui allettare il pubblico, gli editori, assieme ai governi, crearono il copyright. Il diritto d'autore, nella sua forma originaria, voleva essere un incentivo per gli autori, che tramite esso, si vedevano corrisposto un compenso per ogni copia dei loro libri che veniva venduta.
L'introduzione dei vincoli sulla copia delle opere letterarie toglieva ai lettori la libertà di effettuare copie dei libri che acquistavano, ma era bilanciata dalla garanzia di avere sempre nuovi libri di qualità e di finanziare gli artisti.
Col passare del tempo, tuttavia, le aziende spostarono il fulcro dei contratti di copyright sempre meno a tutela degli artisti e sempre più a tutela di sè stesse. Quello che doveva essere un diritto temporaneo, che arrivava a scadenza dopo un ragionevole lasso di tempo al fine di favorire nuove opere iniziò a venir prorogato. Emblematico è il caso della Disney, e delle sue pressioni sul governo americano per non veder scadere i diritti su un topo partorito ormai quasi 80 anni fa. Anzichè far fronte allo scadere delle royalty creando nuova arte, si paga il governo per allontanare il giorno in cui si dovrà fare i conti con lo scadere del copyright, e quando questo giorno si avvicinerà di nuovo, lo si posticiperà ancora e ancora. Il sistema ha mostrato chiaramente le sue contraddizioni.
Con l'avanzare della tecnologia, inoltre, è diventato sempre meno costoso diffondere opere d'arte, fino a giungere all'era di internet, in cui copiare un brano musicale non costa nulla ed è quasi immediato. Le aziende avrebbero potuto reagire a questo cambiamento in vari modi. Reagirono restringendo sempre più la libertà degli utenti, arrivando a commercializzare musica riproducibile solo su determinati lettori, o a vendere libri elettronici leggibili da una sola persona e per un numero limitato di volte. A una tale riduzione di libertà, però, non corrispose un adeguato corrispettivo agli autori.
La bilancia tra libertà tolte agli utenti e incentivi per la produzione di nuova arte iniziò a pendere troppo da una parte.
In quest'ottica si colloca il ciclo di conferenze che Richard Stallman sta tenendo in giro per l'Italia in questo periodo. L'inventore del software libero e del progetto GNU ha deciso di estendere la propria attenzione dai programmi per computer a tutti i campi del sapere, esponendo una sua visione di come, nel 2008, il copyright dovrebbe cambiare per restare al passo coi tempi.
Stallman ritiene che le libertà che vengono tolti agli utenti tramite il Digital Rights Management o altri meccanismi simili siano inaccettabili.
Egli ritiene che la diffusione di qualsiasi opera, per fini non commerciali, dovrebbe essere libera.
In particolare, individua tre categorie di opere che vadano coperte dal copyright:
- Tutte quelle opere che siano necessarie per la collettività - Si tratta, ad esempio, dei farmaci, o dei progetti di strade, o la ricetta per produrre energia pulita. Tutti questi prodotti, essendo fondamentali per il progresso e il benessere della società, dovrebbero essere disponibili per tutti, sia a fini di studio che di fruizione. Gli utenti devono essere liberi anche di migliorarle, in quanto da quest'azione trae giovamento tutta l'umanità.
- Opere legate a memorie - Sono tutte le opere "storiche", frutto di testimonianze dirette dell'autore o di inchieste giornalistiche. Per queste opere Stallman propone la libera circolazione non commerciale, ma la possibilità di venderle o di modificarle solo con l'esplicito consenso dell'autore. In questo modo si garantisce a chi produce opere di guadagnare per il proprio lavoro, qualora questo venga distribuito a scopo di lucro. Si garantisce anche che non possano esistere modifiche del lavoro di un autore senza la sua approvazione. In questo modo si vuole preservare l'integrità storica di questo genere di produzioni.
- Opere di "intrattenimeno". Si tratta di tutte le restanti opere letterarie, dai romanzi ai brani musicali. Per queste opere, Stallman propone una riduzione drastica della durata del copyright, intorno ai 10 anni. Pone vincoli simili alle opere del gruppo 2, salvo che, per mantenere l'integrità artistica di un'opera, non ne ammette la modifica fino allo scadere del copyright. Una volta scaduto questo, l'opera sarà completamente di pubblico dominio, e la comunità avrà anche la facoltà di distribuirne proprie versioni modificate.
Resta la domanda su come facciano gli autori a guadagnare se chiunque può distribuire gratuitamente le proprie opere. L'obiezione nasce dalla convinzione, errata secondo Stallman, che chi produce arte guadagni in maniera rilevante dalle opere che vende. Questo, a suo dire, è falso, in quanto, ad esempio, i soldi che derivano dalla vendita dei dischi vengono distribuiti in maniera iniqua in gran parte alle superstar e in minima parte agli autori minori.
Stallman teorizza allora un mezzo informatico in grado, tramite la rete, di trasferire, tramite un clic, un euro all'autore di un brano che ci piace, semplicemente visitando la sua pagina web. Tagliando fuori le case discografiche, la distribuizione ingiusta dei proventi avrebbe fine.
Credo si tratti di riflessioni interessanti, con le quali magari si può non essere totalmente d'accordo, ma che costituiscono una buona base per una discussione critica.
g.
09 Maggio, 2008 16:28
25 aprile
Inviato da anarcosurr, Categorie [ Les fleurs de l'abîme ][ (1) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Le
batteva forte il cuore nell’attenderne il ritorno
dopo due anni
di notizie perse
Avevi cominciato a piangerlo o tenevi ancora
accesa la speranza?
Lei, che ricamava con le sue iniziali
federe e lenzuola
Ancora prima di rivolgergli la parola
Lui,
disperso in Francia
Cammino lento di bosco
Fame, freddo,
paura
A non fidarsi mai di nessuno
Nascosto da partigiani,
puttane e suore
Che con la divisa sei fascista
Che senza la
divisa sei disertore
Ladro, brigante, comunista o contadino
Muori ucciso ed è il tuo destino
Lei, ragazzina con le
trecce
Idee chiare di socialismo
Distingueva bene tra il nero
del male
E il rosso dell’amore, sapeva con chi stare
Lui,
dietro il suo fucile senza un colpo mai sparato
In terra
straniera dove tutto ti è nemico
Pensava a suo padre ucciso
dalla prima guerra disperata
Correva di albero in albero per
tornare da quella madre che lo aspettava
Vivo, ancora intero ma
senza fiato.
I rossi, i neri non erano affare suo
La politica
e i salotti bene sono vezzi
Per chi la storia la scrive
non
la vive.
Per il sangue rosso della ragazza
Per il cuore
nero del vecchio gerarca
La vita del ragazzo non vale un cazzo
Se c’è una guerra da vincere e un nemico da annientare
La
vita è solo una matricola
Lo scotto da pagare
Quel
giorno d’Aprile il cielo era fermo
Guardava gli ultimi fucilati
Le ultime mosse della bestia che spira all’inferno
Su tutti
quei corpi dilaniati
La guerra è finita
Lei, cerca una
notizia, controlla le strade
Ha fiducia ma qualcosa le manca
Se
lui è morto lei non sarà mai più in pace
Lui, ancora
addosso la paura del traditore
S’aggira nel suo paese come uno
straniero
Ogni angolo non gli è sicuro
Al buio è terrore
quando tutto tace
Lei, lo vede con la madre
Il cuore le
ritorna in petto
Il tempo ricomincia dopo cinque anni di
rinuncia.
Mangiano insieme, forse fave
Di la dagli alberi
del bosco
Quel che successe è storia loro
A me resta a ogni
anno il ricordo
Di quando i miei nonni sconfissero il mostro
Chiara
08 Maggio, 2008 08:00
Dalla parte sbagliata
Inviato da anarcosurr, Categorie [ La Sortie de l'école ][ (9) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Dedico un secondo articolo a Vincenzo Guagliardo, basato su alcune idee, non tutte, di Resistenza e suicidio – Appunti politici sulla coscienza.
“Down here it's just winners and losers and don't get caught on the wrong side of that line”, qui ci sono solo vincitori e vinti ed è meglio che non ti fai trovare dalla parte sbagliata. E' la massima di un uomo che non trova lavoro, soffocato dai debiti, in fuga verso dove spera di poter tornare a respirare, cantata da Bruce Springsteen in Atlantic City.
Guagliardo scrive:
Una società ancorata all'ideologia produttivista [...] conosce solo il principio del successo individuale, riservando alla sconfitta i regni dell'oblio e/o della vergogna.
Dalla spietata competizione nel “mondo del lavoro”, alle torture subite e al silenzio che viene imposto alle vittime del sistema carcerario, fino alla patologizzazione della devianza sociale, assistiamo in ogni campo ad un rifiuto ed una rimozione sistematica del perdente, ovvero di chi per scelta o per incapacità non entra a fa parte del sistema “normale”, che altro non è se non il sistema dominante.
Tale sistema è fondato su quello che Guagliardo definisce “rito del capro espiatorio”. Attraverso tale rito il perdente diventa una vittima sacrificale necessaria alla sopravvivenza della società. Vediamo ad esempio come Guagliardo applica la teoria del capro espiatorio alla critica del sistema penale:
Il suo inconfessabile scopo [del sistema penale], mentre afferma di combattere il crimine, è quello di definirlo e quindi crearlo regolamentandolo al fine di cementare moralmente la società al rito del capro espiatorio e di avere una “delinquenza maneggevole” (Focault), che giustifichi il controllo sull'intera popolazione.
Se questo esempio può sembrare eccessivo, non lo sarà pensare al linciaggio mediatico contro i migranti. La percezione della criminalità è intenzionalmente e costantemente distorta a vantaggio dei criminali di maggior caratura attraverso l'adozione a “capro espiatorio” dei piccoli delinquenti quasi sempre stranieri e di cruenti casi di cronaca gonfiati ad arte. Allo stesso tempo è evidente come la sensazione di rischio diffuso generi una virata violenta e reazionaria, non solo a livello politico, ma in profondità nel tessuto sociale. Ma non è tutto. Per Guagliardo la società si raccoglie intorno al rito violento di espiazione. La coesione sociale si crea continuamente, è "cementata", attraverso l'aggressione nei confronti di chi è sentito estraneo alla società stessa. Viene in mente 1984, ma anche Massa e potere di Elias Canetti.
Si ritorna al problema della violenza, che Guagliardo ha già affrontato in Di sconfitta in sconfitta, sostenendo che non fosse possibile l'uso della violenza a scopi diversi da quelli del potere oppressivo. Da cui derivava la necessità per un movimento autenticamente rivoluzionario di adottare metodi non violenti. Chi pratica un comportamento violento sottomette le proprie responsabilità allo scopo che intende raggiungere. Al contrario la forma base dell'azione non-violenta consiste nell'obiezione di coscienza in quanto essa non ammette questa sottomissione.
Allo stesso modo chi acconsente, anche solo evitando di opporsi, ad un sistema basato sulla violenza accusa e aggredisce chi non può o non vuole farne parte. In questo modo dunque Guagliardo giunge ad individuare nel consenso prima ancora che nella violenza l'elemento generatore dell'oppressione.
Il potere non nasce dalla violenza, ma dal consenso, più precisamente dalla servitù volontaria.
L'obbiettore, ovvero il rivoluzionario non violento, è dunque innanzitutto colui che nega il suo consenso ponendosi al di fuori della massa dei "vincitori" e di chi si ritiene nel giusto solo perché accetta un sistema condiviso. Ma proprio per questo il rivoluzionario si troverà ad essere uno sconfitto, un emarginato e perfino un anormale, perché tale è effettivamente secondo le coordinate del sistema che vuole combattere.
Spesso però pur di partecipare in qualche modo alla vita politica o sociale così come essa è strutturata si è tentati da una soluzione più facile e “si cambia causa quasi senza rendersene conto”. Così, agli sconfitti continua a venire negata la voce, e anche la validità delle idee è giudicata in base al loro successo sociale o economico.
CRC
Vincenzo Guagliardo, Resistenza e suicidio. Appunti politici sulla coscienza, Edizioni Colibrì, Torino 2005
07 Maggio, 2008 04:15
[sono 5 mesi che non guardo la tv]
Inviato da anarcosurr, Categorie [ Les fleurs de l'abîme ][ (1) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
sono 5 mesi che non guardo la tv
oggi
ho visto un telegiornale
era l'ora del telegiornale
la scritta
diceva telegiornale
ma non mi sembrava un telegiornale
token
06 Maggio, 2008 02:57
[ho incontrato due occhi]
Inviato da anarcosurr, Categorie [ Les fleurs de l'abîme ][ (1) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
ho incontrato due occhi
ci siamo
baciati con l'aiuto di bacco
il giorno dopo gli occhi non mi
guardavano
poi bacco ci ha visti e di nuovo ci siamo sfiorati
finché la notte non
diventava giorno
cosi per 3 volte
ora
non mi vogliono più
per qualche istante credevo di essere felice
token
05 Maggio, 2008 03:30
[dormo male]
Inviato da anarcosurr, Categorie [ Les fleurs de l'abîme ][ (3) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
dormo male
dormo male perché sogno,
non ci sono abituato
di solito il mio sonno viene mormorato dagli
incubi
ora sono due giorni che sogno e non dormo
non è normale
non saper sognare quando si dorme
token
04 Maggio, 2008 09:42
Io l'ICI la voglio pagare!
Inviato da anarcosurr, Categorie [ La Chambre d'écoute ][ (4) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Per ora butto giù due righe giusto per proporre un'idea e aprire la conversazione. Capisco che molti di noi del blog non hanno una casa propria e magari la scelta non dipende da loro, ma se ne può parlare...
Finché sono promesse o propaganda, hanno l'effetto che hanno, purtroppo, ma non mi toccano - per me restano chiuse nel televisore. Come un film horror. Ora che ha vinto però si deve affrontare la situazione in modo più concreto.
Un problema tra gli altri è cosa fare dei soldi dell'ICI che, fermo restando, non dovremo pagare. Ci compro tutti i dischi di Max Roach? Sì... magari è un contributo al pensiero critico, ma proprio non mi va giù. Non voglio tenere per me questi soldi.
Penso invece che si debba fare qualcosa di diverso. Chiedo anche la vostra opinione. Certo devono essere utilizzati a favore della comunità, in senso esteso. Con buone idee anche pochi soldi magari bastano.
Vediamo cosa succede, a me sembra una buona idea... scriverò come commento quello che mi viene in mente.
CRC
28 Aprile, 2008 09:51
Birra
Inviato da anarcosurr, Categorie [ Les fleurs de l'abîme ][ (3) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Primo sorso. Un gusto forte. Cerchi di seguire gli effluvi che fanno la loro comparsa scomparendo un attimo dopo per far spazio a un altro sapore, che a sua volta svanisce.
Secondo sorso. I caratteri effimeri si affievoliscono sempre più rapidamente, il gusto prende corpo, sempre più pieno. Ti sembra di riconoscere i sapori che altri hanno individuato per te, quelli che erano scritti nella descrizione sul menu.
Terzo sorso. Ogni sorsata è un piacere. Ora nulla stona più, riconosci distintamente che ciò che prima non sapevi decifrare è effettivamente aroma di caffè tostato, che si sentono erbe secche nell'abbocco. Che quello che ti resta in bocca è sapore di lievito, che un tempo ha creato questo capolavoro, ma ora giace inerme.
Quarto sorso. Quinto sorso. Sesto sorso...
Ultimo sorso. Vuoti il boccale. La soddisfazione è totale. Nell'assaporarlo, ti pare di scorgere un sapore nuovo, mai sentito prima, stonato... anche lui sparisce. Ultima traccia ne è la schiuma che ti rimane sui baffi. Ma il dorso della mano è rapido a rimuoverla.
g.
26 Aprile, 2008 11:08
...gode!
Inviato da anarcosurr, Categorie [ Les fleurs de l'abîme ][ (0) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
24 Aprile, 2008 17:33
Che cos’è la sinistra italiana oggi?
Inviato da anarcosurr, Categorie [ La Sortie de l'école ][ (4) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Iniziamo a guardare alla composizione dell’ultimo governo definito “di sinistra”: Per quanto riguarda l’economia Prodi, D’Alema, Veltroni rappresentavano scelte liberiste; Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani il contrario. Anche La Rosa del Pugno era liberista, i Verdi no, Mastella e Di Pietro non si sa esattamente (parlo di sinistra intendendo l’ultimo governo Prodi, ma molte persone che si qualificano di sinistra non lo definiscono come tale. Lo appella così invece Berlusconi, che quasi mai vi aggiunge “centro”, troppo lusinghiero dal suo punto di vista, quando non parla genericamente di comunisti).
Quanto al campo dei diritti civili, una parte della Margherita, insieme a Mastella, era avversa a PACS et cetera, contro tutti gli altri che erano invece a favore dell’allargamento dei diritti civili alle coppie di fatto. I DS, dal canto loro, cercavano la quadratura del cerchio: nonostante la parte a favore di un allargamento dei diritti civili apparisse sulla carta maggioritaria, le leggi da essa auspicate non hanno avuto esito.
Su temi quali sicurezza e immigrazione pareva non ci fossero grossi contrasti (Mastella raccoglieva voti dove il fenomeno migratorio è meno sentito), ma la caduta della legislatura ha bloccato la riforma della Bossi-Fini. A livello locale però, le linee seguite da Sindaci come Cofferati a Bologna o Domenici a Firenze mostrano anche qui un quadro variegato.
Per non dire delle scelte di politica internazionale, dove si andava dal D’Alema della guerra in Kosovo ai manifestanti a Vicenza.
In generale, accanto ad identità partitiche forti (Rifondazione) vi erano quelle settoriali (Verdi), personalistiche (Mastella, Di Pietro); vi erano poi partiti con un’identità divisa, perché inglobavano diverse tradizioni, come la Rosa Nel pugno e l’Unione. Quest’ultima, pur in continuo sviluppo, avendo cambiato quattro volte in quindici anni forma e nome, per arrivare oggi ad essere un americanizzato Partito Democratico, e pur tendendo sempre progressivamente verso al centro più per necessità che per scelta; quest’ultima è riuscita ad essere il secondo partito italiano per grandezza senza mai essere realmente protagonista al governo: i due governi di centro sinistra della seconda repubblica hanno sempre visto i partiti maggioritari in balia di quelli minoritari.
Chiunque abbia votato per le coalizioni di centrosinistra negli ultimi anni, non ha sentito il governo a cui aveva dato il voto come suo: né chi ha votato per i “piccoli” (da Rifondazione a Mastella), né chi ha votato per i “grandi”.
Ma dal ’94 il centrosinistra rappresenta in sostanza l’eredità del vecchio “arco costituzionale” (in questo senso ciò che unisce la destra è l’estraneità, se non l’avversione, ad esso: An per tradizione, Lega e FI perché salirono alla ribalta in funzione del disfacimento di quei partiti storici).
Ciò ha fatto sì che le cariche istituzionali (la presidenza della Repubblica e i funzionari dello Stato, per esempio una fetta importante della magistratura) siano state nella seconda repubblica suo appannaggio: è un fatto che i senatori a vita, in gran parte ex-capi di stato, abbiano tenuto in vita a lungo il secondo governo Prodi.
Così la sinistra rappresenta la tradizione primo-repubblicana e le alte istituzioni da una parte, il “movimento” dall’altra. Accademici settantenni e centri sociali, sindacati e industriali, logiche clientelari e associazionismo. Nostalgici di Berlinguer e di Craxi nella stessa formazione.
Quindi, che cos’è la sinistra oggi? Una prima risposta, salvo miracoli, attualmente è: nostalgia.
Nostalgia di un epoca che va dalla pubblicazione del Manifesto del partito comunista di Marx nel 1848 alle lotte sandiniste, da Turati a Berlinguer, da Mao a Renato Curcio, da Rosa Luxemborg ad Arafat. Dal Enrique Lister alla Teologia della liberazione. Nostalgia per la cultura militante, per il movimentismo e per l’internazionalismo, per Orwell come per Malcom X. Nostalgia per la lotta sociale, dall’occupazione delle fabbriche all’autunno caldo, e di una politica che si presentava come diretta emanazione di quella.
L’impressione è che dalla Bolognina la classe politica di sinistra abbia sempre più seguito come modello il liberal americano o il labour inglese, mentre il suo “popolo” ha conservato le istanze e i desideri di quella tradizione variegata e composita che, ben lungi da risolversi tutta nel marxismo, ha avuto il minimo comune denominatore nella definizione di antifascista.
Questa tradizione, però, ha fallito, quantomeno come prospettiva politico-economica. Il marxismo (o meglio, i fenomeni politici che tali si dichiaravano) che nella storia situava il suo banco di prova, proprio su questo banco ha fallito.
E, falliti i presupposti storici del marxismo, è scomparso l’orizzonte rivoluzionario. La sinistra italiana non aveva mai mancato di presupporre un fine nel proprio operato che non fosse rivoluzionario. Ci si divideva fra riformisti e rivoluzionari, certo, ma anche i riformisti avevano in mente una rivoluzione (nel senso di cambiamento radicale del sistema economico – politico): tutti volevano giungere alla società socialista. Turati come Ferri, Togliatti come Nenni; Gobetti come Gramsci e Ingrao come Ghisleri.
Già Saragat e in seguito Craxi, cambiarono parere, infine fu costretto a farlo anche il Partito Comunista Italiano, che divenne socialdemocratico quando ormai la socialdemocrazia era già in crisi in Europa.
La sinistra italiana dopo l’89 ha dovuto cercare un modello storico alla quale rifarsi. E questo modello lo ha dovuto cercare all’estero, sgretolatasi la tradizione comunista e rivoluzionaria che ha caratterizzato tutta la sua storia, con poche e minoritarie eccezioni.
E’ sintomatico di questa mancanza di un modello condiviso la scelta di Veltroni di rifarsi all’americano Obama in campagna elettorale, mentre la costituente del nuovo partito si accapigliava se inserire o meno Berlinguer, Craxi e Moro nel “Pantheon” della nuova formazione politica.
In mancanza di questo “Pantheon” condiviso, la soluzione – forse l’unica possibile – è stata importare dall’estero.
Né, a ben vedere, si è comportata diversamente la Sinistra Arcobaleno, i cui modelli storico-politici, più che alla storia della sinistra italiana, si sono rifatti alla nonviolenza ghandiana, a Zapatero e alle nuove figure carismatiche che sono sorte negli ultimi anni in America Latina.
Ciò che manca al PD, sia chiaro, è un modello per mobilitare il consenso elettorale, perché una classe dirigente da proporre al paese - che sia “policamente corretta”, e quindi liberista liberale e europeista – l’avrebbe già, da Padoa-Schioppa a Monti, da D’Alema a Montezemolo.
Dunque a domanda: “ che cos’è la sinistra?” la risposta “ è nostalgia” è giusta. Manca alla sinistra un sogno comune. Un modello condiviso.
Stefano
24 Aprile, 2008 15:09
(alici nel paese delle meraviglie)
Inviato da anarcosurr, Categorie [ Les fleurs de l'abîme ][ (5) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Andavano al mercato, lui e la mamma in un mantello giallo e appiccicoso. Era freddo e stava per mettersi a piovere. La mamma aveva quel sacco con le ruote, se lo tirava dietro e faceva un rumore strano e allegro saltellando tra le buche. C'era una signora con la faccia come di terra spaccata che gli parlava, ma lui ancora non sapeva quello che dicesse. E dei bambini che piangevano, più grandi di lui. Ma sapeva che i bambini piangono per niente.
La gente portava un sacco e chi due, e dovevano essere pesantissimi visto come faticavano a sollevarli da terra. C’erano troppi odori nell’aria e non si riuscivano a distinguere. Uno ricordava l’odore del pozzo, poi passando davanti ad un negozio un altro odore gli faceva venire in mente la vernice delle baracche del suo villaggio, ma più forti c’erano odori di cibo, di frutta, di carne. Il mercato era come guardare un nido di formiche colorate. Un uomo chiamava le Anciue! Belle freschesignore Aanciue!, come se chiamasse chissà quali spiriti nascosti. E intanto si avvicinavano affrettando il passo perché cadevano le prime gocce. Quando l'uomo apparve era basso, coi baffi e agitava le braccia sopra i pesci più grossi e strani che si possano immaginare e mucchi scintillanti di minuscoli pesci argentei e mostri poi, flosci e informi, o duri, rosa, indescrivibili. E intorno altri nascondigli: c’erano tavoli e tavoli di frutta, montagne di ortaggi verdi e viola e arancio e intere carcasse appese dietro le vetrine e negozi, negozi e tavoli li avevano stretti tutto intorno. Tutti prendevano quello che volevano. Per un attimo aveva dimenticato tutto, nella pioggia – e la sua mamma gialla che sorridendo gli diceva: tu da qui non te ne andrai.
CRC
24 Aprile, 2008 09:47
Burqa
Inviato da anarcosurr, Categorie [ Les fleurs de l'abîme ][ (0) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Come fai a guardare il mondo da dietro quel velo
donna?
credo sia sempre nero
il cielo
da dietro il velo
donna.
non si respira con quel coso addosso
che non ci sono parole a descriverlo degnamente
non si può.
una ragazza alla biblioteca di Alessandria mi tocca i capelli
la guardo e mi impaccia perché non posso vederla
ha il Burqa
la lascio fare
le chiedo se è libera o obbligata
lei alza il drappo, mi punta gli occhi addosso, neri
e risponde:
Sono afgana
Chiara
24 Aprile, 2008 09:46
Senza titolo
Inviato da anarcosurr, Categorie [ Les fleurs de l'abîme ][ (0) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Mentre entravo nell’appartamento vuoto con te
Ho guardato subito l’altezza delle porte
Mentre ti sentivo parlare di spese condominiali e bagni da rifare
Ho guardato subito se c’era una seconda camera da letto
Mentre ci guardavi con l’aria professionale dell’agente immobiliare
Pensavo a noi in quella casa.
Mi vedevo signora con le buste della spesa e i figli da prendere a scuola
Mi sentivo libera.
Mi pensavo signora borghese con figli e marito
Sono rabbrividita
Ho cercato fin’ora di passare alla storia
Fare qualcosa di grande, restare in memoria
Ora mi chiedo per chi? Per che cosa?
Mentre mi vedevo prepararti la cena
Il mondo è diventato perfetto
Mentre mi vedevo vestire nostro figlio
Mi sentivo serena
Ho cercato fin’ora di passare alla storia
Oggi a essere tua
Ci metterei la firma
Chiara
22 Aprile, 2008 11:32
Software Libero non è open source
Inviato da anarcosurr, Categorie [ L'empire des lumières ][ (6) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
Non è facile mantenere saldi i propri principi in una società dominata dall'egoismo, dall'arrivismo e dall'utile a tutti i costi. A maggior ragione, non è facile mantenere questi principi quando si frequenta tutti i giorni un'università che, in maniera neanche troppo velata, mira a trasformare l'individuo in uno squalo, in una persona che persegua il business come fine ultimo della propria esistenza.
Sono uno studente di ingegneria informatica. Non so ancora se e in quale parte questa società riuscirà a piegarmi ai suoi principi. Quello che è certo è che, anche all'interno di uno spazio accademico, le mie idee non hanno vita facile come si potrebbe pensare.
Mi definisco sostenitore del software libero, così come sono sostenitore della libertà in altri campi.
Nel corso di fugaci rapporti con il mondo del lavoro, così come nelle ingerenze che questo ha avuto con l'università, mi sono dovuto confrontare con varie tipologie di personaggi. Da coloro che trattano il software libero come un giocattolo, denigrandolo, nascondendosi dietro a programmi proprietari costosissimi che spesso fanno da paravento a una loro neanche troppo ben celata incompetenza, a coloro che accettano il software open source, con i dovuti distinguo, laddove e soltanto nei casi in cui sia migliore di quello proprietario.
Tra gli studenti la situazione non è molto diversa. Al di là di quelli che, insicuri per natura, acquistano sicurezza schierandosi con le multinazionali e godono per ogni loro vittoria, la categoria che è maggioritaria è quella che usa software open source perchè funziona bene e permette di imparare di più, salvo poi tornare di corsa al software proprietario nei campi in cui questo offra ancora maggiori possibilità.
Notate come, a nessuna di queste persone, abbia messo in bocca le parole "software libero".
Perchè, certamente, l'open source e il software libero sono due filosofie che vanno di pari passo per molti aspetti. Entrambe combattono una "guerra" contro il software proprietario. Entrambe professano una maggiore apertura del codice. I presupposti che stanno alla base delle due, però, sono totalmente diversi. Il free software predica la libertà dell'utente, libertà che nessuno può limitare. L'open source accetta anche un approccio più liberale (termine scelto non a caso). Chi lo sostiene è convinto che il modello di sviluppo aperto sia migliore degli altri, e lo adotta per motivi puramente utilitaristici.
Fin qui nulla di male, entrambi cooperano all'apertura dei codici sorgenti, e nessuno dei due fa male all'altro. La chiave di lettura da applicare ai due movimenti, però, è un'altra, almeno a mio avviso.
A tal fine è utile la lettura del seguente articolo di articolo di Richard Stallman.
Cito dall'articolo:
Parlare di libertà, di problemi etici, di responsabilità così come di convenienza è chiedere di pensare a cose che potrebbero essere ignorate. Questo può causare imbarazzo ed alcune persone possono rifiutare l'idea di farlo.
L'open source è una definizione coniata per rendersi più appetibili alle aziende, che, così pare, non vedono di buon occhio la parola libertà, a differenza di un noto statista e imprenditore italiano. Parlare di libertà, potrebbe mettere a disagio aziende che con essa non hanno nulla a che fare, ma che, senza dubbio, avrebbero un grande ritorno d'immagine da un modello "open source"...
Queste aziende cercano attivamente di portare il pubblico a considerare senza distinzione tutte le loro attività. Vogliono che noi consideriamo il loro software non libero come se fosse un vero contributo, anche se non lo è. Si presentano come "aziende open source" sperando che la cosa ci interessi, che le renda attraenti ai nostri occhi e che ci porti ad accettarle. Questa pratica di manipolazione non sarebbe meno pericolosa se fatta utilizzando il termine "software libero". Ma le aziende non sembrano utilizzare il termine "software libero" in questo modo. Probabilmente la sua associazione con l'idealismo lo rende non adatto allo scopo. Il termine "open source" ha così aperto tutte le porte.
L'open source è, insomma, un volto più amichevole verso la new economy, una definizione che non costringa, ogni volta che viene pronunciata, a domandarsi se, in effetti, ciò che si sta facendo sia etico.
Una definizione che, essendo priva di spunti etici, permetta agli utenti in qualsiasi momento, e senza alcuna remora, di tornare al software proprietario, qualora questo sia più adatto alle proprie esigenze. Rendendo ricche le aziende che hanno fatto di quest'apertura uno specchietto per le allodole.
E' senza dubbio una cosa positiva che tante persone usino i programmi liberi, per studio o per lavoro. Ma il movimento del software libero è nato con precisi intenti etici e con lo scopo di garantire la libertà dell'utente. E questo, spesso colpevolmente, è un aspetto trascurato, non solo da chi avrebbe tutti i motivi per farlo, ma anche dagli utenti, che di questa libertà sono i principali beneficiari.
g.
21 Aprile, 2008 21:08
La terra dell'abbondanza
Inviato da anarcosurr, Categorie [ L'age d'or ][ (2) Commenta ] | [ (0) Trackback ]
« La terra dell’abbondanza »
regia di W. Wenders, USA 2004
Los Angeles, settembre 2003.
Ieri il Vietnam, oggi la guerra al terrorismo.
Ieri giovani come carne da macello, oggi…anche. E non solo.
Lo sguardo indagatore di uno di quei tanti giovani sopravvissuti allo sperimentato risiko di pochi, oggi si aggira per le strade americane cercando, scovando ad ogni angolo il “male”, la “minaccia” dentro lo sguardo di chi, innocente, cerca invece di sopravvivere in quella che pensava la terra delle opportunità, la “Terra dell’abbondanza” e che, al contrario, gli offre solo asfalto freddo e una pallottola al petto.
Ieri giovani che alzavano il proprio grido di dissenso alla morte, alla distruzione della guerra, oggi una giovane donna, figlia di chi ha preferito offrire la propria solidarietà alle vittime del potere e dell’odio sparse per il mondo.
Continuo, l’inno americano fa da colonna sonora all’altra faccia dell’America;
agli incubi di guerra;
ai volti infreddoliti avvolti nei cartoni;
alle code per un pasto caldo;
Il coraggio spettatore di una ragazza, scorre i destini, apparentemente così differenti ma infondo così simili, di chi si trascina i traumi di un passato che non lo abbandona dentro una vita sempre uguale e di chi cerca di sopravvivere nell’oggi alla barbarie della cosiddetta civiltà.
Venture simili perché costrette a vivere la medesima realtà che però separa, inimica, nasconde, al fine di continuare il proprio sporco gioco fondato sulla demonizzazione dell’altro che diventa il nemico, oscurando così il vero colpevole, il quale non si ritrova certo in chi è costretto a vivere la stessa identica nera esistenza.
Intreccio che sa scovare il profondo della realtà americana di oggi senza dimenticare di tendere lo sguardo “al di fuori”.
Colonna sonora che sa cullare in modo armonioso lo svolgimento.
Inoltre alcuni “piccoli” ma notevoli richiami simbolici e un risaltante intreccio di luci e colori.
Lisa





LifeType